Palermo, nell’inchiesta sui buttafuori, confermati i domiciliari per Catalano

Nicola Scardina
da Nicola Scardina
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La procura di Palermo nell’ambito dell’”inchiesta buttafuori” ha richiesto ai giudici del riesame la custodia cautelare in carcere per Andrea Catalano, già condannato agli arresti domiciliari.

L’appello della procura è stato rigettato, confermando così la misura cautelativa degli arresti domiciliari per Catalano, ottenuta pur essendo egli stato condannato alla pena di 8 anni nell’ambito dell’“Inchiesta Buttafuori”.

I giudici del riesame hanno quindi respinto la richiesta presentata in appello dai pubblici ministeri: Gaspare Spedale, e Giorgia Spiri, con la motivazione basata sulla presunta pericolosità sociale di Andrea Catalano, da loro considerata attuale; nonché l’elevato rischio di reiterazione di crimini già commessi dal medesimo.

È stata accolta favorevolmente, invece, la tesi sostenuta dalla difesa rappresentata dall’avvocato Giovanni Castronovo, il quale ha contestato l’appello dell’accusa, facendo notare ai giudici del riesame che l’imputato ha già scontato un periodo di detenzione di 4 anni, iniziato in una fase da incensurato, e che la vicenda in cui è stato coinvolto risale a ben 6 anni fa.

Il legale di Catalano ha, inoltre, fatto presente al Tribunale del Riesame, presieduto da Antonella Pappalardo, che i locali in cui si svolsero i fatti oggetto dell’inchiesta “Buttafuori” (il Reloy, il Moro e Villa Panoramica), risultano oramai chiusi da anni: una ragione ritenuta sufficientemente valida dunque per considerare oggettivamente impossibile per l’imputato reiterare condotte delittuose analoghe a quelle commesse tempo prima.

L’inchiesta Buttafuori

L’inchiesta Buttafuori, portata avanti dalla Procura di Palermo puntava a far luce sulle attività di una vera e propria organizzazione criminale che imponeva, con minacce e violenza, l’assunzione di personale addetto alla sicurezza in importanti locali ubicati a Palermo, e in provincia, e in manifestazioni svolte nei comuni dell’area metropolitana.

Questa organizzazione criminale in pratica intimidiva i gestori dei locali provocando anche risse, che cessavano quando venivano assunti i buttafuori imposti dagli indagati.

Ad orchestrare le attività criminali, in cui sono stati coinvolti gli indagati dell’inchiesta “Buttafuori”, ci sarebbe stata addirittura la mafia.

In rappresentanza di Cosa Nostra, nella mafia dei buttafuori figurava in particolare il boss Massimo Mulè, già processato e condannato in rito abbreviato.

Gli imputati del procedimento penale “Buttafuori”, in tutto 10 persone, erano accusati a vario titolo di estorsione aggravata dal metodo mafioso; per tutti loro la Procura aveva chiesto pene comprese tra 9 anni e sei mesi, e 12 anni, tuttavia, le pene applicate vennero nettamente ridimensionate.

La condanna più elevata venne inflitta proprio ad Andrea Catalano, che come è già stato chiarito consiste in una pena di reclusione di 8 anni (di cui 4 già scontati), e con la misura cautelativa degli arresti domiciliari.

Per quanto riguarda, invece, le condanne agli altri imputati: 7 anni e mezzo per Emanuele Cannata; due mesi in meno per Gaspare Ribaudo; 5 anni per Cosimo Calì, un anno per Davide Robaudo, 8 mesi per Francesco Fazio.

Altri 4 imputati furono assolti da ogni accusa: Giovanni Catalano, fratello di Andrea, Ferdinando Davì, Antonino Ribaudo, e Emanuele Rughoo Tejo (detto Luca) di origini brasiliane, uno dei pochi sopravvissuti alla tragedia di Casteldaccia del 4 novembre 2018, in cui 9 persone persero la vita in una villetta abusiva a causa di un’alluvione dovuta all’esondazione del torrente Milicia.

 

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