L’origine del termine dialettale siciliano: “A Tignitè”

Nicola Scardina
da Nicola Scardina
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Il periodo delle festività natalizie si accinge al termine con l’epifania, e come di consueto, fra festeggiamenti, e scambi di regali, in Sicilia i buoni propositi di mettersi a dieta vengono infranti in maniera inesorabile da cene pantagrueliche costellate da pietanze a cui proprio è impossibile resistere, e nella mente di noi palermitani scatta una sola parola d’ordine: inchirisi a panza a tignitè”.

Per un palermitano che si rispetti rimpinzarsi nei momenti conviviali è un appuntamento imperdibile, praticamente impossibile da evitare, perché riprendendo ciò che è stato detto prima, è molto probabile ascoltare frasi simili a “ha manciari sfinciuni a tignitè”, oppure : “talè quanti arancine…na manciari a tignitè”.

Ma ecco che balza ancora questo curioso e molto colorito termine: “a tignitè”, ed alcune domande nascono spontanee sul suo significato e sulla sua origine, almeno per i nostri cugini settentrionali e per le nuove generazioni che hanno una conoscenza minima del dialetto siciliano.

Arancine
Arancine

Il primo concetto che viene alla mente è praticamente immediato e molto intuitivo: “a tignitè” equivale in italiano al modo di dire “a iosa”, che indica una quantità davvero esagerata ed inusuale, una grande abbondanza di qualche entità che potrebbe consistere in una notevole quantità di cibo, ma anche di denaro ad esempio.

Ma ci rendiamo conto della scarsa efficacia di questa locuzione nel dialetto siciliano? Con la musicalità del termine “a tignitè”, praticamente non c’è storia: un palermitano che si rispetti la deve usare per esprimere la misura di una grandezza enorme anche se imprecisata e che va oltre ogni previsione, indipendentemente se si tratta di deliziarsi il palato con il cibo di strada tipico della zona del Palermitano come arancine, panelle, crocchè, sfincioni ecc, oppure se si riferisce ad altri contesti come ad esempio “risate a tignitè” o “chioviri a tignitè”.

Negli ultimi due esempi descritti appare chiara l’efficacia del modo di dire nell’idioma palermitano, in italiano dovremmo, infatti, ricorrere ad altre frasi come: “ridere a crepapelle” e “piogge abbondanti”, ma non c’è nulla da fare: l’uso del termine “a tignitè” risulta più armonioso, più familiare, e decisamente più accattivante per noi palermitani.

Dopo questo excursus in cui è stato chiarito il significato del termine che va ben oltre l’ambito enogastronomico, non rimane che approfondire la sua origine.

Una prima risposta a tale quesito è stata fornita da Giuseppe Gioeni (Catania, 12 maggio 1743 – Catania, 6 dicembre 1822), nobile, naturalista e vulcanologo, nel suo “Saggio di etimologie siciliane”, pubblicato postumo nel 1885.

Litografia raffigurante Giuseppe Gioeni, duca d’Angiò, nobile, naturalista e vulcanologo- Sec. XVIII.
Litografia raffigurante Giuseppe Gioeni, duca d’Angiò, nobile, naturalista e vulcanologo- Sec. XVIII.

 

L’espressione “a tignitè”, nota anche nelle varianti “a tinchitè” e “a tinghitè” usate nel Catanese, secondo gli studi condotti da Gioeni avrebbe origini spagnole, dalla Catalogna per la precisione.

In questa regione della penisola iberica, infatti, viene utilizzata la locuzione in lingua catalana “a tingut tè”, che significa “oltre all’avuto, eccoti ancora”.

Ricordiamoci, infatti, che la Sicilia per secoli è stata crocevia di diverse culture, essendo stata terra di conquista di varie super potenze di epoche passate, fra cui l’impero spagnolo che estese il suo dominio nell’Isola dal 1516 con l’ascesa al trono di Carlo V d’Asburgo, al 1713, con la firma della pace di Utrecht, che sancì il passaggio dell’isola da Filippo V di Spagna a Vittorio Amedeo II di Savoia.

La spiegazione basata sull’origine catalana dell’espressione “a tignitè” è preceduta da una teoria in base alla quale si tratta di un’abbreviazione del sintagma1 “ti inghi tè” che significa ‘ti riempi (perfino) tu”, in riferimento a un generico interlocutore particolarmente esigente nelle quantità; come viene descritto in un articolo su Sicilian Post a firma di Eva Luna Mascolino, traduttrice e ghostwriter.

Entrambe le spiegazioni sono valide e concordano nella descrizione del carattere del popolo siciliano, lasciando ben pochi margini di dubbio su alcuni punti essenziali: il fatto di essere amanti della buona cucina, e di essere inclini alla generosità e all’ospitalità, in modo davvero notevole…anzi no: “a tignitè”.

Nella foto in evidenza: sfincione palermitano – Fonte: Wikipedia. Autore: Rino Porrovecchio.

Saggio di etimologia siciliane, di Giuseppe Gioeni.
Saggio di etimologia siciliane, di Giuseppe Gioeni.

Glossario

1 Sintagma: Termine (dal greco sýntagma, “composizione”) coniato da Ferdinand de Saussure (Ginevra, 26 novembre 1857 – Vufflens-le-Château, 22 febbraio 1913) linguista e semiologo svizzero.

Il sintagma indica, all’interno della frase, la combinazione di uno o più elementi di unità grammaticali o lessicali. In una frase come “Il mio amico Paolo vive a Roma” si può ad esempio identificare un sintagma nominale (“Il mio amico Paolo”) e un sintagma verbale (“vive a Roma”).

Si distinguono così i sintagmi nominali, i sintagmi verbali, i sintagmi avverbiali, i sintagmi aggettivali, i sintagmi preposizionali e così via; il sintagma, in pratica, costituisce un’unità intermedia tra la parola e la frase.

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