Palermo non è più mafia, è camorra

Ci sono date che non passano mai. Il 1992 è una di queste. Le bombe di Capaci e di via D’Amelio non hanno ucciso soltanto Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte: hanno fermato il tempo. Hanno cristallizzato un’intera classe dirigente nell’istante esatto dell’esplosione, congelandone lo sguardo, le categorie, il vocabolario. Da allora continuiamo a leggere ogni fatto criminale con gli occhiali di trent’anni fa, convinti che la mappa sia ancora il territorio. Ma il territorio, nel frattempo, è cambiato. E nessuno sembra essersene accorto.
Serve qualcuno che abbia il coraggio di dirlo: la geografia del crimine, a Palermo, è un’altra. Oggi la criminalità organizzata che governa le nostre strade non somiglia più alla Mafia. Somiglia alla Camorra. Non c’è più la piramide, non c’è più la Cupola, non c’è più il padrino che decide chi vive e chi muore con un cenno. C’è qualcosa di più liquido, più sporco, più ingovernabile. Ci sono microbande armate fino ai denti, senza codici e senza onore di facciata, che si sono prese la città un quartiere alla volta.
E non è un caso che tutto parta sempre dallo stesso punto. Lo Zen. Quell’aggregato di cemento criminogeno gettato lì quasi per caso, alla periferia nord, come si scarica un peso di cui ci si vuole liberare. La Zona Espansione Nord: un nome burocratico per un esperimento sociale fallito in partenza, casermoni progettati a tavolino e abbandonati al loro destino. Un luogo che persino la Mafia, nei suoi tempi d’oro, aveva dimenticato nelle sue piantine. Troppo povero per contare, troppo marginale per valere una spartizione. Eppure è proprio da quel margine che oggi nasce il futuro criminale di Palermo.
A cinquant’anni da quella colata di cemento siamo arrivati alla terza generazione. E alla terza generazione possiamo finalmente pronunciare la frase che spaventa: dallo Zen è nata la camorra siciliana. Microbande che trovano rifugio e protezione tra quei muri, che da lì partono alla conquista del resto della città come paranze che escono dal vicolo. Ragazzi cresciuti nel vuoto, che del crimine hanno fatto non una scelta ma una lingua madre.
Attenzione, però, a non confondere i fenomeni. Qui non scorrono più i fiumi di eroina degli anni Ottanta, non ci sono i metri cubi di cemento da innalzare negli appalti, non ci sono i miliardi da riciclare nell’economia reale e da far confluire nelle mani di pochi boss intoccabili. Il denaro è di gran lunga inferiore, e ha un altro scopo: serve alla sussistenza agiata della banda, non all’accumulo dinastico. Minacce, incendi dolosi, regolamenti di conti, piazze di spaccio gestite in loco, casa per casa. E fornitori che non arrivano più da oltreoceano, ma da oltre lo stretto. È cambiata persino la rotta delle merci: niente più transatlantici della droga, ma traffici brevi, di prossimità, gestiti da chi non ha bisogno di una mappa del mondo perché gli basta quella del proprio rione.
Tutto è cambiato. A Palermo sta nascendo una camorra, e finché continueremo a chiamarla mafia non riusciremo né a capirla né a sconfiggerla. Perché si combatte ciò che si nomina correttamente, e si perde contro ciò che si finge di non vedere.
Allora, se davvero vogliamo combatterla, serve cambiare strumenti. Serve seguire la strada di approvvigionamento delle armi, perché è lì, in quel flusso di ferro che entra nei quartieri, che si nasconde l’anatomia di questa nuova criminalità. E serve un gesto simbolico, fisico, inequivocabile: uno Stato più forte di te. Come la Vela di Scampia abbattuta, a Napoli, quando per la prima volta il cemento della camorra è caduto sotto i colpi delle ruspe e non viceversa. Un’immagine vale più di mille operazioni: il muro che cade, il bunker che si sgretola, il quartiere che smette di essere fortezza nemica per tornare città.
Ma soprattutto serve smettere di cercare il boss, il vertice, il burattinaio. Perché è qui che il vecchio paradigma ci tradisce. Ogni ragazzo che oggi sceglie la strada camorristica è egli stesso un boss in potenza. Non c’è una testa da tagliare per uccidere il corpo: il corpo è fatto di mille teste, e ognuna ricrescerà più feroce della precedente. È un’idra di periferia, e contro un’idra non funziona la logica del processo all’organigramma.
E allora, mentre l’inerme Palermo viene colonizzata da questa nuova barbaria, diventa quanto meno anacronistico continuare a chiedersi, a ogni sparo, “chissà chi c’è dietro questa manovalanza”. Non c’è nessuno dietro. Il dietro e il davanti coincidono. La manovalanza è il mandante. Continuare a immaginare registi occulti significa applicare a un fenomeno orizzontale gli schemi di un fenomeno verticale che non esiste più.
È ora di lasciare riposare in pace i teoremi — non gli uomini, mai gli uomini, ma i teoremi — di Falcone e Borsellino. Hanno scardinato una Cosa Nostra che oggi non è più la nostra emergenza. Il loro genio sta nell’aver letto il proprio tempo con lucidità assoluta: onoriamoli facendo lo stesso col nostro, invece di nasconderci dietro le loro intuizioni come dietro un feticcio. La fedeltà alla loro memoria non è ripetere le loro risposte: è avere il coraggio delle loro domande.
Palermo non ha più la mafia. Ha la camorra. È esplosa allo Zen, parla la lingua dei casermoni, e ci guarda dall’alto di quei balconi mentre noi continuiamo a inseguire fantasmi degli anni Novanta. Possiamo continuare a fissare la mappa sbagliata. Oppure possiamo, finalmente, alzare gli occhi.



