Un sistema all’avanguardia per il riuso dell’acqua depurata, il progetto dell’Università di Palermo

Elena Cicardo
da Elena Cicardo
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È l’unico impianto dimostrativo sperimentale al mondo dedicato al riuso dell’acqua depurata, al recupero di risorse della depurazione e alla minimizzazione dei fanghi biologici, all’interno di un campus universitario. Il “WRRF water resource recovery” è stato realizzato dall’Università degli Studi di Palermo attraverso l’applicazione di tecnologie avanzate ed è un esempio di ricerca applicata che ha una connessione strettissima con il territorio.

Ad averlo reso possibile è un finanziamento di oltre un milione e mezzo di euro all’interno del progetto europeo “Wider-Uptake: Achieving wideruptake of water smart solutions” del valore di oltre 11 milioni. Vede all’opera un team multidisciplinare che coinvolge quattro dipartimenti dell’ateneo palermitano, Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali, Giurisprudenza, Scienze e Tecnologie Biologiche Chimiche e Farmaceutiche e Ingegneria, che ne è capofila, ed è guidato dal professore Giorgio Mannina, ordinario di Ingegneria Sanitaria-Ambientale e responsabile scientifico del progetto che qualche mese fa ha ricevuto il premio internazionale “iEMSs Biennial Medal Award 2022” per la sua ricerca sulla gestione sostenibile dell’acqua.

Se la ricerca è a volte accusata di essere chiusa nella torre d’avorio dell’università e di fare speculazione con scarse ricadute sulla società, non è questo il caso. All’interno del progetto come partner, infatti, c’è anche l’Amap, in una regione, la Sicilia, che presenta notoriamente delle necessità in campo idrico con una importante carenza di acqua.

«La situazione idrica del territorio siciliano vede una crisi, si pensi all’agricoltura. Ci sono varie origini di approvvigionamento dell’acqua, quella piovana innanzitutto. Nel caso di scarsità, però, si ha necessità di ricorrere a fonti alternative – spiega il professore Mannina – e una di queste è appunto il riuso dell’acqua».

Mentre in altri Paesi si tratta di una pratica applicata consolidata, in Sicilia invece non è stata mai attuata. «Non ci sono stati finora – continua il professore Mannina – dei sistemi che trovano un’applicazione nel riuso dell’acqua trattata depurata. Il progetto quindi ha una ricaduta concreta sulle nostre condizioni di vita e non è un caso se abbiamo fatto rete, oltre che non lo stesso ente gestore, l’Amap, anche con altre due realtà esterne all’università, i comuni di Marineo e Corleone, in modo da innestarci meglio su quelle che sono le esigenze del nostro territorio. Il progetto, inoltre, risponde anche a un aspetto della problematica della gestione dei rifiuti che, come si sa, è critica. Depurando l’acqua si producono rifiuti, i fanghi, che si vanno ad accumulare a tutti i rifiuti per i quali non si trovano più siti di smaltimento. Il nostro progetto, invece, li minimizza».

Il dimostrativo è costituito da quattro elementi principali: un impianto di sollevamento composto da una vasca di raccolta, un sistema intelligente di controllo delle pompe e una condotta di convogliamento dell’acqua reflua prodotta dal campus UniPa di circa 600 metri sottotraccia; una stazione sperimentale con impianti pilota composti da tre linee: riuso e minimizzazione dei fanghi, bioplastiche e produzione fertilizzanti; un laboratorio in materiale ecosostenibile (legno lamellare) per le misure dei parametri della stazione pilota; una serra in plastica e acciaio per lo studio degli effetti.

Oltre ai partner locali, il progetto ha anche una connotazione internazionale con 17 partner di 5 Paesi, Ghana, Repubblica Ceca, Norvegia e Paesi Bassi, oltre all’Italia, costituiti sia da università ed enti di ricerca che da industrie ed enti gestori che in alcuni casi, come quello dell’università olandese di Delft che è la prima a livello mondiale sulle tematiche inerenti all’acqua, hanno una maggiore e più ampia esperienza che fa sì che da questa sinergia derivi supporto alle varie necessità e difficoltà da superare per applicare l’idea in Sicilia e importanti suggerimenti su come immettere nel mercato le risorse recuperate, per esempio, su come creare simbiosi industriali e su come trasformare il sistema in un modello solido di economia circolare.

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