Un eremita ne ha fatto un’opera d’arte: il faro di Capo Gallo

Elena Cicardo
da Elena Cicardo
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Lunga barba bianca e sguardo severo. Dal 1997 il signor Nino, più noto come Isravele, vive in un vecchio edificio borbonico che era in rovina, in cima al promontorio di Capo Gallo che separa i due golfi di Mondello e Sferracavallo. Lo ha recuperato e lo ha trasformato in un’opera d’arte, attirando un numero sempre crescente di visitatori curiosi.

Si tratta del semaforo di monte Gallo, una postazione militare del XIX secolo che ha davanti tutto il blu intenso del mar Tirreno a perdita d’occhio, con il profilo dell’isola di Ustica a completare l’orizzonte, ha accanto lo scempio edilizio degli anni Settanta di Pizzo Sella, e attorno la riserva di Capo Gallo, estesa per oltre 580 ettari. Isravele ha scelto di trascorrere qui la sua vita da eremita, ha sfruttato le sue conoscenze in campo edile, visto che da giovane faceva il muratore, e ha salvato il posto dall’incuria.

Racconta di aver fatto un sogno in cui Dio gli indicava di recarsi in questo luogo e creare un santuario per salvare le anime. Ha realizzato aiuole in cui coltiva qualche ortaggio, muretti a secco che disegnano i sentieri, opere di canalizzazione e raccolta delle acque per conservare l’acqua piovana. Ha decorato l’intero edificio con una fitta rete di mosaici realizzati con conchiglie, frammenti di vetro, pezzetti di terracotta e ceramica che vanno a comporre angeli, stelle, cuori e simboli religiosi, motivi geometrici e floreali.

Tante piccole, minuscole tesserine colorate che riempiono completamente ogni parete. Anche il sentiero per raggiungere il faro è disseminato da mosaici e piccole pecorelle di creta. Lo ha ribattezzato “la via Santa”: è un percorso di un paio di chilometri che dai piedi di monte Gallo porta su fino in cima, e permette, letteralmente e metaforicamente, di elevarsi. Parola chiave quest’ultima, dato che è il suo nome letto al contrario.

Per Isrevele rimettere a nuovo il semaforo è stata un’operazione estetica ma anche un omaggio a Dio, con l’intenzione ultima di realizzare un vero e proprio santuario, non a caso quasi tutta la simbologia raffigurata è di carattere religioso. Lui comunque non ha abbandonato completamente la società e ogni tanto scende a Palermo, dove vive la sua famiglia, e si porta su il materiale che li serve per portare avanti la sua opera.

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