Nord 12 e CNI, gli ultras che non lasciano indietro nessuno

Stamattina, alle 9.30, in Cattedrale, c’erano loro. C’erano le mamme che si erano messe in fila al Barbera per due giorni, c’erano i ragazzini con la sciarpa rosanero, c’erano i tifosi del Catania saliti in auto dall’altra parte dell’isola, c’erano diverse delegazioni di Ultras, per una trasferta che l’osservatorio non ha potuto negare. Ma soprattutto, c’era Curva Nord 12. Tutta. E lì accanto la CNI. Sono lì da martedì sera, da quando “Addio Guerriera” è comparso sui loro canali social, e da lì non si sono più mossi. Camera ardente presidiata fino all’ultimo minuto, una staffetta umana, un’altra forma di striscione, fatta di corpi e altri cori fatti di cordoglio composto.
Non voglio scrivere l’ennesimo pezzo lacrimoso su Alessia. Lo hanno già fatto in tanti, alcuni anche bene. Voglio scrivere di chi resta. Di chi resta dopo, e di chi era stato lì prima, da anni, accanto a quella bambina che si era guadagnata il microfono e i cori come un capo ultras vero.
La Curva Nord è Palermo. È la nostra città fatta gradoni. Con tutte le sue contraddizioni, le sue scissioni, le faide interne, le riconciliazioni mai del tutto sincere, i tradimenti e i ritorni. Una città che sa farsi del male da sola con una precisione che sconcerta, e che poi, quando serve, sa prendere fiato, ricomporsi e stringersi attorno a una delle sue figlie nel modo più semplice e meno retorico possibile: stando lì. Il feretro accompagnato dagli scooter, i fumogeni rosa, e poi stamattina la Cattedrale, dove la Curva ha riempito gli spazi che la liturgia lascia ai vivi.
E qui voglio dire una cosa che a Palermo si fa fatica ad ammettere ad alta voce, perché lo stereotipo è comodo, vende, e in tv fa pure fascino. La curva ultrà che abbiamo davanti oggi non è più solo il fight club stile hooligans degli anni Ottanta. È un’altra cosa. È quello che chiamerei, senza ironia, un’ultrà 2.0: un soggetto sociale che fa comunità prima ancora di fare coreografia. Quelli che a una bambina malata regalano un viaggio a Disneyland. Quelli che la fanno salire sul mixer e cantare con loro. Quelli che a Joshua — il ragazzino portato via dallo stesso male, che aveva fatto innamorare Alessia del Palermo — hanno tenuto vivo il posto in curva facendolo occupare da lei. Quelli che oggi, in Cattedrale, sono il vero perimetro di protezione di una famiglia uscita da sette anni di chemio, interventi, terapie sperimentali.
È un salto di qualità che non ha avuto comunicati stampa, e meglio così. Si misura nelle cose minime: una sciarpa stretta sulle spalle di una bambina senza capelli, uno striscione in trasferta, una colletta che non finisce su nessun bilancio. Una geografia della solidarietà che in questa città funziona meglio di certi uffici pubblici, e che a Palermo — dove la diffidenza è una seconda lingua — somiglia a un piccolo miracolo civile.
Vogliamo continuare a raccontarli come ultimi residui di violenza tribale, o ci decidiamo finalmente a vedere quello che sono diventati? Perché quello che hanno fatto in questi mesi attorno ad Alessia non si insegna a un master di terzo settore. Si fa, e basta.
Per questo oggi, mentre si chiudono le porte della Cattedrale e Alessia comincia il suo ultimo corteo, non guardo solo a lei. Guardo a loro. Alla Nord 12, alla CNI, al popolo che si è messo dietro a una bambina di otto anni e non le ha più mollato la mano. È così che si tiene in piedi una città. Non con i talk show, non con le polemiche su X. Con la presenza accanto a chi ne ha più bisogno.
Alessia ci ha insegnato come si combatte. La sua Curva ci sta insegnando come si resta.



