Palermo padrone in campo, ma il sogno svanisce nel caos finale

Il Renzo Barbera ha cantato per novantasei minuti senza fiato, e per novantasei minuti il Palermo ha avuto la palla, il pallino del gioco, l’iniziativa e perfino la coscienza tranquilla di chi sa di averle provate tutte. Eppure stasera, allo scoccare di un triplice fischio arrivato con sospetta fretta, non è il rosanero a salire sull’astronave per il viaggio verso la Serie A. È il Catanzaro, beato lui, che si è inventato un capolavoro a teatro più che a calcio, e che adesso si gioca la promozione con il Monza forte del 3-0 del Ceravolo che si è portato dietro come una rendita di posizione difesa con i denti, con le ginocchia, con il petto, con le simulazioni e con un cronometro che alla fine ha contato a vantaggio loro più che dell’orologio ufficiale.
Pohjanpalo l’aveva messa giusta dopo pochi minuti. Una palla vagante in area calabrese, un movimento da bomber vero, e quel diavolo finlandese che la spinge dentro come se fosse l’allenamento del mercoledì. Il Barbera è esploso. Trentatremila e passa anime hanno pensato, in quel preciso istante, che il miracolo fosse possibile, che bastassero altri due gol e un pizzico di follia per ribaltare l’andata. La coreografia dedicata ai piccoli Alessia e Joshua poco prima del fischio d’inizio aveva già messo i brividi a chiunque avesse un cuore battente in petto; il vantaggio fulmineo ha fatto il resto. E invece da lì in poi è stata una lenta, sfiancante, dolorosa tela di Penelope: il Palermo costruiva, il Catanzaro disfaceva. Joronen ha avuto da fare un paio di volte, sì, ma sull’altro fronte Pigliacelli ha lavorato il doppio, parando l’opportunità di Johnsen e respingendo l’urlo di chi avrebbe già voluto vedere il 2-0 prima della mezzora. Il pallone era nostro, il campo era nostro, perfino l’aria del Barbera era nostra; il punteggio aggregato, però, restava intoccabile.
Diciamoci la verità senza ipocrisia: il Catanzaro in campo non c’è quasi mai stato. Una squadra venuta a Palermo con un unico, comprensibile, legittimo obiettivo: difendere il bottino. Lo ha fatto come sa farlo chi è furbo: rallentando tutto, cadendo a ogni contatto come una marionetta senza fili, perdendo tempo sulle rimesse laterali, sui calci d’angolo, sui calci di punizione, sulle sostituzioni, sui falli sui propri stessi compagni, immagino. Qualche ripartenza, sì, due o tre azioni concrete in tutta la serata, niente di più. Non hanno giocato, hanno resistito. E hanno resistito a un Palermo che, semplicemente, non è stato capace di trovare quel terzo gol che avrebbe fatto saltare il banco. Manca lucidità, manca cattiveria sotto porta, manca la freddezza di chi sa che la qualificazione non si chiede, si prende.
Quando all’89’ Ranocchia ha pennellato dalla destra e Rui Modesto si è infilato come un coltello nel burro per il 2-0, il Barbera è impazzito. Ha cominciato a credere di nuovo, in quel modo irrazionale e meraviglioso che solo il calcio sa regalare. Sei minuti di recupero. Sei minuti per il miracolo. Sei minuti che invece sono diventati il monumento all’inadeguatezza arbitrale, perché Matteo Marcenaro da quel momento ha deciso di prendersi la scena con una direzione che resterà negli annali, e non per i complimenti.
Pierozzi, è vero, ha commesso un’ingenuità grossa come una casa. Una scivolata da dietro su Pittarello, sotto le panchine, con Aquilani che si è messo a urlare come un ossesso per chiedere il rosso. Marcenaro ha eseguito, e fin qui pazienza: un fallo cattivo c’era. Ma da quel momento è cominciata la deriva. Tre minuti dopo, espulso Palumbo per proteste — proteste, signori miei, in un finale di gara da playoff con il Barbera in fiamme — come se fossimo in una partita di amici al campetto di quartiere. E poi quel fischio finale, anticipato di non si sa quanto, che ha chiuso la pratica senza concedere recupero supplementare per il tempo perso con le due espulsioni. Una gestione che ha fatto montare la rabbia di chiunque indossasse una sciarpa rosanero, in campo, in panchina, sugli spalti. Marcenaro alla fine è stato accerchiato, contestato, fischiato. Era prevedibile, era anche, in parte, meritato.
Sotto la curva sud, intanto, i calabresi hanno cominciato a festeggiare con intorno più di 33000 cuori rosanero in lacrime, l’ennesima mancanza di rispetto verso l’avversario. E qui il termometro è schizzato. È volato in campo un petardo, atterrato a pochi metri da Pontisso. Sono partite alcune bottigliette di plastica dagli spalti. Una rissa sfiorata in mezzo al campo, con giocatori che si fronteggiavano e dirigenti che entravano per separare. Niente di cui andare fieri, intendiamoci. Ma niente nemmeno di cui sorprendersi, quando si lavora per ore a portare un intero stadio al punto di ebollizione e poi non si è capaci di gestire la pentola che esplode. La responsabilità di un arbitro non è solo applicare il regolamento: è anche saper leggere la temperatura della partita, capire quando una decisione, pur tecnicamente difendibile, diventa benzina sul fuoco. Marcenaro stasera ha buttato litri di benzina, e poi si è meravigliato dell’incendio.
Resta, nelle ore amare di una notte che brucia, la fotografia di una squadra che non si è arresa fino all’ultimo respiro. Inzaghi ha provato di tutto, ha cambiato modulo, ha buttato dentro Vasic, Modesto, Corona, ha spinto i suoi uomini oltre il limite. Palumbo ha tenuto la cabina di regia con personalità, Ranocchia ha disegnato calcio nei momenti che contavano, Pohjanpalo ha confermato di essere uno dei pochi attaccanti veri di questa categoria. Il Catanzaro di Aquilani ha vinto la doppia sfida, sia chiaro: avere tre gol di scarto da gestire è una cosa, recuperarli dall’altra parte un’altra molto diversa. Ma chi stasera ha giocato a pallone, chi ha avuto il coraggio di proporre, chi ha onorato lo spettacolo, era una sola squadra. E indossava la maglia rosanero.
La stagione finisce qui. Un’altra estate da Serie B davanti, un’altra estate di domande sul futuro, sulla rosa, sulla proprietà che continua a promettere il salto e continua a rimandarlo. Palermo merita di più, lo merita da troppi anni. La serie B per questo pubblico resta un vestito troppo stretto.
Mettetevi a lavorare per imbastire una corazzata da Europa League per arrivare facilmente in serie A. Si fa il salto di categoria con i Dybala, i Vazquez e i Belotti, non con il marketing e le amichevoli in Australia. Adesso è arrivato il momento di pretendere una squadra all’altezza della città. Servono almeno 5 innesti e devono essere under 27 già pronti per la serie A.



