I Palermitani chiedono l’esercito. Il governo risponde con le telecamere

C’è un copione che a Palermo conosciamo a memoria. Arriva il ministro, depone la corona, presiede il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, e gli amministratori locali corrono sui social a fotografarsi accanto al potente di turno: “siamo amici del governo, il governo ci è vicino”. Poi le auto blu ripartono verso Roma e resta quello che resta: niente.
La visita di Matteo Piantedosi in prefettura è esattamente questo. Un contentino. Una passerella confezionata per i sindaci che hanno bisogno di una foto, non per una città che ha bisogno di vivere. Perché al di là del rito, cosa porta concretamente a Palermo? Sessanta telecamere in più e qualche milione per la videosorveglianza. Ma davvero qualcuno osa ancora vendere le telecamere come deterrente? A Palermo si è sparato e si è dato fuoco sotto gli occhi degli impianti di videosorveglianza — gli stessi filmati che oggi servono solo a guardare il crimine già avvenuto, non a impedirlo. La telecamera non spaventa il killer: lo riprende mentre spara.
Ancora più offensivo è il capitolo uomini. Il ministro annuncia rinforzi: qualche decina di agenti tra luglio e agosto, concentrati sull’estate, come fosse una scocciatura stagionale da gestire tra giugno e settembre. Tommaso Dragotto, colpito da tre attentati e costretto a girare con una scorta che lui stesso non voleva, lo ha ripetuto senza giri di parole: non ha mai ricevuto richieste, non pagherà, e di chi lo minaccia dice soltanto che “sono delinquenti”. Da lui e da un mondo imprenditoriale esasperato dal racket tornato a colpire si leva una richiesta netta: fatti, non dichiarazioni di circostanza. Qualcuno invoca persino l’esercito. E la risposta dello Stato? Una manciata di poliziotti in più, a tempo.
La verità è scomoda e va detta: Palermo, Catania, la Sicilia intera restano un bacino di voti che arriva comunque. Si vota anche senza ricevere nulla, dunque perché investirci? È la logica fredda di un governo da sempre sbilanciato verso il Nord, di una destra che ha fatto della sicurezza una bandiera ma che, al dunque, sa produrre solo slogan contro l’immigrazione e zero strategia contro la criminalità organizzata di casa nostra.
Eppure nel recente passato si è scelto sul serio. Quando lo Stato ha voluto, l’esercito in Sicilia c’è stato davvero: dopo Capaci e via d’Amelio, l’operazione Vespri Siciliani portò i soldati nell’isola dal 1992 al 1998 — circa centocinquantamila militari avvicendati in sei anni — a presidiare gli obiettivi sensibili e liberare le forze di polizia per le indagini. Un deterrente reale, ricordato ancora oggi da molti palermitani, che contribuì alla cattura dei grandi latitanti. Non sessanta telecamere e novanta agenti estivi: un esercito.
C’è chi è andato oltre. El Salvador, che nel 2015 contava oltre cento omicidi ogni centomila abitanti, ha schiacciato le gang con lo stato d’eccezione e una militarizzazione totale, crollando a meno di tre omicidi: numeri impressionanti, pagati però con decine di migliaia di arresti. La prova brutale che la presenza massiccia dello Stato funziona — e che è una scelta, non un destino.
E accanto all’esercito fare come Medellín: la città più violenta del mondo negli anni Novanta, con quasi quattrocento omicidi ogni centomila abitanti, che ha tagliato la violenza di quasi il 90% destinando l’85% del bilancio comunale ai quartieri più poveri — scuole, biblioteche, le funivie che hanno cucito le baraccopoli al resto della città. Repressione e investimento: ossia destra e sinistra che per decisione politica investono risorse vere e risolvono il problema.
A Palermo, invece, né l’uno né l’altro. Né l’esercito che i cittadini esasperati invocano, né l’investimento strutturale che servirebbe. Solo telecamere puntate sul crimine già avvenuto e poliziotti a scadenza.
I miopi amministratori che continuano a fare da portatori d’acqua non lo vedono, o fingono di non vederlo: questa spirale di violenza sta portando via l’ultima cosa rimasta a Palermo. La speranza di un futuro.



