Medicina, boom di bocciati ai test. Flc Cgil Sicilia: «Aboliamoli»

Se c’è una cosa che ci ha insegnato la pandemia è l’importanza della Sanità pubblica e, di conseguenza, la necessità di rimediare alla carenza del personale sanitario.
Eppure non sembrerebbe andare verso questa direzione la volontà politica. Ecco perché, all’indomani dei test di ingresso per entrare nelle facoltà di Medicina e Chirurgia, l’appello è quasi unanime: stop al numero chiuso.
LE PROTESTE DEGLI STUDENTI
A Palermo, come in altre piazze d’Italia, proprio qualche giorno fa si è tenuto un sit-in di protesta. Nella cittadella universitaria, di fronte all’Edificio 19, campeggiava uno striscione con la scritta «La pandemia non ha insegnato nulla. Stop ai test d’ingresso».
«Gli ultimi due anni dovrebbero aver dimostrato a tutti quanto il nostro sistema sanitario sia inadeguato: mancano i fondi, la strumentazione e soprattutto il personale sanitario» – dicevano dal Laboratorio Studentesco Autonomo.
«Eppure, invece di investire per garantire un sistema sanitario che sia davvero pubblico ed efficiente, in grado di aiutare chi sta male e non può permettersi di andare a curarsi nelle cliniche private» – continuano – «ci ritroviamo ancora con il numero chiuso che ogni anno impedisce a più di 50mila aspiranti medici di esercitare il proprio diritto allo studio per poi garantire a tutti il diritto alla salute».
I SINDACATI ALL’ATTACCO
All’indomani dei test e del clamoroso boom di bocciati – la metà dei quasi 60mila partecipanti ai test non ha raggiunto nemmeno il punteggio minimo pari a 20 – una protesta a più voci. Alle parole degli studenti fa eco il segretario regionale della Flc Cgil Sicilia, Adriano Rizza.
«Chiediamo l’abolizione dei test di ingresso all’università» – dice – «Tutti gli studenti devono infatti avere la possibilità di accedervi liberamente, senza dover essere costretti a sostenere corsi di preparazione costosissimi e senza sottoporsi a prove selettive improponibili».
«È emblematico il caso del test di medicina» – spiega – «che in Sicilia è stato superato da meno della metà dei candidati, per la precisione dal 47,6%, mentre a livello nazionale dal 50,8%. Percentuali bassissime, che non possono essere imputate alla responsabilità esclusiva dei candidati. È evidente che il meccanismo non funziona. I test richiedono un livello di preparazione troppo specifico e dettagliato».
Non solo. Il fatto è anche che «non tutte le famiglie – argomenta Rizza – possono permettersi di affrontare le ingenti spese che richiedono i percorsi di preparazione alle prove. Questo vale soprattutto al Sud, dove molti vivono in situazioni di difficoltà economica».
«Vorrei diventare medico» – ci racconta una ragazza che tenta il test da due anni, dietro garanzia di anonimato – «Purtroppo, però, ho delle lacune in matematica che potrei colmare soltanto seguendo i corsi preparatori ai test che costano migliaia di euro».
«La mia famiglia non può affrontare una spesa così ingente» – continua con lo sguardo di chi sogna e non sa se potrà mai realizzare i suoi desideri – «Io lavoro per poter dare respiro ai miei genitori, ma con il mio guadagno non riesco a coprire gli eventuali costi di questi corsi».
Un diritto, quello all’istruzione, che in questo modo non è garantito a tutti. Ecco perché, conclude Rizza della Flc Cgil Sicilia, «riteniamo che l’accesso all’università debba essere libero».
Claudia Rizzo – Palermo Post



