La pubblicazione della graduatoria dell’Avviso 7/2023, seconda finestra, lascia dietro di sé più amarezza che soddisfazione. Nonostante le dichiarazioni ufficiali, che parlano di un “sistema che finalmente ha retto”, la realtà è che la formazione professionale in Sicilia continua a sembrare un gioco di sorte.
Francesco Panasci – il moderatore – in un suo articolo ha descritto bene la sensazione diffusa: «troppo è lasciato alla sorte e all’abilità tecnica o informatica. Il lavoro degli enti finisce per dipendere dalla fortuna, una sorta di ruota digitale». Una definizione che fotografa il paradosso: invece di essere uno strumento di crescita, la formazione è ridotta a una gara a cronometro da vincere con ogni mezzo.
Il problema non è solo tecnico, ma politico e culturale. Dopo due click day annullati, al terzo tentativo il sistema ha retto, sì, ma con anomalie lampanti: enti che in pochi secondi sono riusciti, sicuramente con l’ausilio di automatismi informatici, a caricare più corsi e bloccare risorse consistenti, altri, troppi, esclusi dopo mesi di lavoro.
La sproporzione è ancora più evidente se si guarda all’aspetto umano. Centinaia di operatori hanno trascorso l’intero mese di agosto incollati a computer e telefoni, sacrificando ferie e famiglia per inseguire un’opportunità di lavoro per sé e per i propri corsisti. Dall’altra parte, chi governa il sistema ha dato l’impressione di non condividere questo sforzo, mantenendo tempi e modalità da “ordinaria amministrazione”, che di ordinario non aveva proprio nulla. È questo il senso di prepotenza che lascia il segno: un sistema che scarica tutto il peso sugli operatori e si concede il lusso della distanza, limitandosi a dirigere il traffico cronometro in mano.
L’altra faccia della medaglia è la concentrazione del potere formativo in poche mani. In Sicilia pochi grandi enti riescono a dettare le regole, ad accumulare bandi e risorse, mentre le realtà più piccole, spesso radicate nei territori e vicine ai bisogni reali, vengono escluse. È un gioco che somiglia più a una competizione sleale che a un servizio pubblico. E il risultato è un ecosistema fragile, in cui gli squilibri aumentano e la fiducia si sgretola.
Molti operatori, dopo anni di delusioni, avrebbero la tentazione di mollare. A trattenerli c’è solo la responsabilità verso i corsisti: centinaia di siciliani che non hanno i mezzi per pagarsi un corso e che vedono nella formazione pubblica l’unica possibilità di ottenere una qualifica spendibile. È per loro che si resiste, nonostante tutto. Ed è per loro e per le centinaia di lavoratori impegnati ad agosto che si dovrebbero accorpare le risorse di seconda e terza finestra per garantire la partenza di quanti più corsi possibili e poi archiviare definitivamente questo metodo di “selezione”, praticando alternative che altrove funzionano benissimo.
Ed è proprio guardando ad altre regioni che si comprende quanto la Sicilia abbia scelto una strada sbagliata che la fa essere eterno fanalino di coda. In Emilia-Romagna, ad esempio, la programmazione è stabile e pluriennale, con valutazioni tecniche in cui la graduatoria tiene conto di indicatori concreti: placement dei corsisti, innovazione didattica, capacità di inclusione sociale.
In Toscana i bandi non sono click day, ma procedure comparate con scadenze ampie e criteri di trasparenza, così da garantire equilibrio territoriale ed evitare deserti formativi. In Lombardia, il modello più moderno ed efficace, ossia la Dote Unica Lavoro che assegna direttamente ai cittadini un voucher che li segue, consentendo loro di scegliere l’ente e premiando chi dimostra capacità reale di progettare e accompagnare al lavoro.
Questi sistemi non sono perfetti, ma funzionano perché non affidano il futuro della formazione a un cronometro. Funzionano perché mettono al centro la qualità, la continuità e l’equità, non la fortuna di un clic. Funzionano perché danno regole certe e tempi chiari, senza costringere operatori e corsisti a vivere ogni bando come una roulette.
La Sicilia dovrebbe avere il coraggio di guardare a questi modelli e di trarne insegnamento. Perché la formazione non è un premio da accaparrarsi, ma un diritto da garantire. È la direzione che serve se si vuole restituire dignità e futuro a chi nella formazione crede e investe ogni giorno.



