Si temevano i fischi e alla fine i fischi ci sono stati, e anche tanti. Un muro di disapprovazione che si è alzato dalla folla quando il sindaco ha preso la parola. La sua invocazione, “Viva Palermo e Santa Rosalia”, si è quasi persa in un boato di dissenso. È durata un attimo la sua presenza sul carro trionfale, una salita e una discesa repentine, quasi una fuga. È stata questa l’istantanea più potente e amara del 401° Festino: la fotografia di una città che non si riconosce più nelle sue figure istituzionali, di un popolo che non applaude, ma contesta.
E in questa atmosfera di scollamento, anche la festa ha avuto un sapore diverso. Palermo si è stretta ancora una volta attorno alla sua Santa, che però si è mostrata più sobria che mai. Sono lontani i fasti del festino del 1998, le visioni del regista serbo Bregovic che riempivano il Cassaro di acrobati danzanti, di effetti, di luci, con un carro che era una macchina barocca di pura meraviglia. Quest’anno, Rosalia ha disceso il suo percorso in fretta, su un carro che già dalla mattina aveva suscitato non poche polemiche per la sua estetica. Così veloce da arrivare al Foro Italico in un tempo quasi record, tanto che già a mezzanotte e dieci esplodevano i primi giochi pirotecnici.
Palermo c’è, come sempre. La sua Santa pure. Gli occhi di decine di migliaia di persone sono alzati al cielo, in attesa di un sussulto, di un segnale, di uno slancio di vita che in qualche modo possa riportare luce a una città che sembra piombata nel buio. Ma persino la “masculiata”, con la sua potenza assordante, non è riuscita a dare quella scossa. Anche dai fuochi, per quanto belli, non è arrivato quello squarcio di speranza capace di dissipare l’oscurità.
Finito l’ultimo colpo, i palermitani si sono incamminati verso casa. Ed è stato in quel momento che un’altra Palermo, quella che non teme nessuno, si è presa la scena. Tra la folla che defluiva, incuranti di ogni divieto, decine e decine di scooter, normali ed elettrici, hanno iniziato a sfrecciare, a impennare, a zigzagare. A bordo, i volti della Palermo violenta, quella che non chiede il permesso, ma si prende lo spazio con l’arroganza di chi si sente padrone. Come a lanciare un messaggio silenzioso ma inequivocabile al resto della città: “Noi ci siamo, e ci saremo sempre”.
Il Festino è finito. La Santa è passata. La città, con le sue ferite e le sue paure, resta. Lagalla dovrà capire se ripartire dai quei fischi o lasciare al prossimo Sindaco il compito di riscrivere una nuova visione, perché alla fine Palermo vincerà anche stavolta.



