C’è una sottile linea di sangue che unisce la piazza di Monreale alla basolata di via Spinuzza, a poche centinaia di metri dal Teatro Massimo, nel salotto buono della città. È un filo teso, crudele, che porta sempre allo stesso punto della mappa: lo Zen. Oggi quel filo ha un nome e un volto. Gaetano Maranzano, omicida reo confesso di Paolo Taormina, è stato arrestato questa mattina tra i palazzoni dello Zen, circondato da una folla che gli mandava baci. È la stessa scenografia morale che abbiamo visto dopo la strage di Monreale, dove i tre killer — Calvaruso, Acquisto e Conti — sono cresciuti fianco a fianco, nutriti dagli stessi codici e dalla stessa pedagogia dell’illegalità. Non fatalità, ma continuità.
Monreale e via Spinuzza sono due fotogrammi dello stesso film. Da una parte, una piazza trasformata in poligono da ragazzi che sparano come se stessero giocando a un videogioco; dall’altra, un locale nel cuore della movida, con un ventunenne steso da un colpo alla testa mentre prova a fermare un pestaggio. In mezzo, lo Zen: un esperimento urbanistico mutato in habitat per economie sporche, status costruiti con la minaccia, carriere criminali cominciate nell’adolescenza. Non tutti, certo: nello Zen vivono migliaia di innocenti. Ma la linea di sangue nasce lì perché lì la violenza è linguaggio condiviso, coreografia, moneta. E il centro — quel centro che amiamo esibire — è diventato un bersaglio morbido.
Basta con l’autoassoluzione. Palermo non può più raccontarsi che si tratta di “casi isolati” o che “così è sempre stato”. Non si tratta di colpire i poveri, ma di liberare i poveri dai violenti. Non si tratta di stigmatizzare un quartiere, ma di riconoscere che lì la somma di architettura sbagliata, impunità simbolica e rendite illegali ha prodotto un’ecologia del crimine. Finché questa ecologia resta intatta, ogni riforma sociale marcisce alla radice. Perché l’illegalità non è una deviazione: è un’infrastruttura che si alimenta di spazi, ombre, silenzi, consenso.
Per questo l’ordine delle cose va capovolto, senza ipocrisie, bisogna bonificare, se il caso con l’esercito, l’intero quartiere, sequestrare armi casa per casa, eseguire arresti, far sparire tutta la droga di quelle piazze di spaccio. E invece le istituzioni che continuano a proporre inutili eventi simbolici (Cracolici che sceglie di convocare la commissione antimafia allo Zen) o ricette che già sono costati milioni di soldi pubblici senza dare risultati (Lagalla che ci parla di necessità di investimenti socio-educativi).
Paolo Taormina non tornerà, nessuno potrà restituire il sorriso a sua Madre. Ma la sua morte non può essere archiviata come l’ennesimo incidente del sabato notte. La linea che unisce Monreale a via Spinuzza passa dallo Zen: o la recidiamo adesso, o continuerà a incidere carne e memoria. Palermo deve scegliere se essere città o platea di un rito barbaro. La scelta, in verità, dovrebbe essere semplice da fare: lo Zen non può restate quello che è.



