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Editoriale

Palermo come negli anni 80: la città torna ostaggio della paura

C’è un odore che chi ha vissuto Palermo negli anni Ottanta riconosce subito. Non si descrive bene a parole, è qualcosa di più vicino a una sensazione fisica: la consapevolezza, quando si esce di casa la mattina, che la città non ti appartiene del tutto. Che esiste un’altra autorità, parallela a quella dello Stato, che decide chi può aprire un negozio e chi no, chi può vendere il pane e chi deve abbassare la saracinesca per un funerale annunciato sui social. Quell’odore era sparito, o almeno così ci eravamo raccontati. È tornato.

Negli ultimi giorni, due esercizi commerciali allo Zen — un panificio e una macelleria — sono stati colpiti da spari nella notte. Non rapine, non sparatorie tra clan: intimidazioni mirate, di quelle che servono a far capire chi comanda. Nelle settimane precedenti raffiche di Kalashnikov tra San Lorenzo e Sferracavallo. Ieri due omicidi, al Villaggio Santa Rosalia e al Cep. E mentre i giornali allineano i fatti uno dopo l’altro, come si fa con i bollettini di guerra che si vorrebbero leggere il meno possibile, la sensazione collettiva è che a Palermo qualcosa si sia rotto di nuovo. Che il presidio dello Stato nelle periferie, già fragile, abbia smesso del tutto di essere percepito come un limite invalicabile dalla criminalità organizzata.

Non è un’impressione. È un fatto, e va detto con la chiarezza che la stagione richiede: la mafia non sta tornando perché era andata via. Era rimasta lì, ovviamente, come un fiume sotterraneo. Ma per anni si era mossa in silenzio, convinta che la quiete operativa convenisse più della spettacolarizzazione. Adesso ha smesso di ritenerlo necessario. Spara di nuovo nelle vetrine, brucia di nuovo le saracinesche, impone di nuovo le serrate. E lo fa con una sicumera che non si vedeva da decenni: la sicumera di chi sa che nessuno verrà davvero a chiedere conto.

La politica, naturalmente, parla. Roberta Schillaci, vicecapogruppo M5S all’Ars e segretaria della commissione regionale Antimafia, denuncia uno Zen «sempre più fuori controllo» e chiede la convocazione immediata del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Il punto che la consigliera solleva — che attraverso i social qualcuno abbia imposto la serrata ai mercatali del quartiere per consentire lo svolgimento del funerale di un pregiudicato — è uno di quelli che non vanno letti in fretta. Non è folklore criminale. È sovranità territoriale parallela esercitata in pieno giorno, comunicata pubblicamente, accettata silenziosamente. È esattamente ciò che la mafia faceva trent’anni fa, prima che lo Stato decidesse — almeno a parole — che non era più tollerabile.

Anche Fratelli d’Italia interviene. Luca Sbardella, commissario regionale, il senatore Raoul Russo e il presidente provinciale Antonio Rini chiedono al prefetto una presenza più costante delle forze dell’ordine. È un’uscita dovuta, doverosa, e non c’è motivo di metterla in caricatura. Però c’è un dettaglio che merita di essere fatto notare: Fratelli d’Italia è il partito di maggioranza relativa al governo nazionale. È il partito che esprime il presidente del Consiglio. È il partito che indica il ministro dell’Interno. Chiedere al prefetto «più controlli» quando si è il partito di governo è una formula retorica curiosa, perché il governo, in materia di sicurezza, non chiede: dispone. Se davvero si pensa che Palermo abbia bisogno di una presenza più costante delle forze dell’ordine, non si scrive un comunicato. Si manda gente.

Il problema, e qui sta la verità scomoda della stagione, è che a nessuno sembra interessare davvero. Non al governo nazionale, che ha ridotto Palermo a un dossier secondario rispetto a faccende più vendibili nei talk show. Non all’amministrazione comunale, che da quando Roberto Lagalla è sindaco sembra impegnata soprattutto a non dire nulla che possa irritare qualcuno. Non alla Regione, che sulla sicurezza ha competenze limitate ma una capacità di pressione politica che, se esercitata, qualcosa potrebbe ottenere. La macchina dello Stato a Palermo sembra girare per inerzia, e l’inerzia, in una città dove la mafia non ha mai veramente abdicato, è una forma di complicità.

Bisogna tornare a dirlo, anche se è scomodo: la criminalità organizzata palermitana non emerge dai margini per chiedere riconoscimento sociale. Non è il grido di rivolta dei diseredati che la sociologia degli anni Settanta voleva raccontarci. La mafia delle periferie palermitane di oggi non vuole inserirsi: vuole comandare. Estrae potere dal degrado, prospera sull’abbandono dello Stato, costruisce consenso attraverso la paura. E ha capito che la paura, di nuovo, funziona. Che un colpo di pistola contro la vetrina di un panificio basta a rieducare un quartiere intero. Che un funerale gestito sui social vale più di qualsiasi delibera comunale.

Palermo ha già visto questo film. L’ha visto durante la stagione delle stragi, quando la città era divisa tra chi sapeva e taceva e chi sapeva e moriva. L’ha visto nei mercati di Ballarò e della Vucciria, quando il pizzo era considerato una tassa naturale. L’ha visto allo Zen e a Brancaccio, quando interi quartieri vivevano sotto il dominio incontrastato di famiglie che decidevano chi lavorava, chi votava, chi viveva. Ha pagato un prezzo enorme per uscirne — il sangue di Falcone e Borsellino, di Dalla Chiesa, di Chinnici, di centinaia di nomi meno celebri — e adesso rischia di tornare al punto di partenza non per una sconfitta militare, ma per stanchezza istituzionale.

Servono atti, non comunicati. Serve che il Comitato provinciale si riunisca davvero e che le decisioni che ne escono non siano l’ennesima pioggia di parole. Serve che il governo nazionale tratti Palermo come l’emergenza che è, non come un tema da Sicilia da raccontare con una canzone di Battiato in sottofondo. Serve che il sindaco esca da palazzo delle Aquile e dica, anche solo una volta, qualcosa che faccia capire che ha capito. Serve, soprattutto, che i palermitani onesti — che sono la stragrande maggioranza, sempre — non si rassegnino a un’altra stagione di paura. Perché se accade, se il quartiere torna a vivere col fiato sospeso, se il commerciante torna a pagare in silenzio, se il funerale di un pregiudicato torna a essere un evento pubblico più rispettato di una processione, non sarà colpa solo della mafia. Sarà colpa di una città che, ancora una volta, avrà guardato altrove.

Il problema è che altrove, oggi, sembrano guardare tutti.

Palermitano, classe '73, Simone è l'esperto IT di Mediartika e co-fondatore di Media Post Network. Alla competenza tecnica nel campo dell'informatica e dei media digitali, unisce la passione per la scrittura, dilettandosi a raccontare soprattutto il mondo dello sport, con un occhio di riguardo per il calcio. Proprio dalla sua prospettiva informata e dalla sua curiosità trae ispirazione per commentare non solo eventi sportivi, ma anche per condividere opinioni e riflessioni sulla Sicilia e sull'attualità in generale.

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