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Baldini CT: due partite per un uomo vero, poi torneranno i soliti noti

C’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che il calcio italiano, dopo essersi schiantato per la terza volta consecutiva contro il muro dei Mondiali, abbia trovato rifugio nell’unico tipo di allenatore che ha sempre tenuto ai margini. Silvio Baldini siederà sulla panchina azzurra a giugno, per due amichevoli contro Lussemburgo e Grecia, e lo farà portandosi dietro i suoi ragazzi dell’Under 21, il suo calcio verticale e quella faccia da uno che non ha mai imparato a fingere. Una scelta di necessità, certo — Gattuso si è dimesso dopo il disastro di Zenica, Gravina lo ha seguito, e la Federazione è un palazzo vuoto in attesa che qualcuno ne riprenda le chiavi il 22 giugno — ma anche, involontariamente, un atto di giustizia.
Perché la carriera di Baldini è il racconto di un’Italia che non esiste più, o meglio, che esiste ancora nei campetti di periferia ma che il calcio dei procuratori e dei fondi d’investimento ha deciso di relegare a folklore.

Il mister ha iniziato nella sua Toscana, tra categorie minori e tribune semivuote, costruendosi una reputazione partita per partita, faccia a faccia, senza scorciatoie. Quando portò l’Empoli nel massimo campionato con un gioco che faceva alzare dalla sedia anche gli indifferenti, sembrò che il sistema fosse pronto ad accoglierlo. Non lo era. Il passaggio al Palermo di Zamparini, nel 2003, lo dimostrò con la brutalità che solo il nostro calcio sa esprimere: terzo in classifica ed esonerato, perché Baldini è fatto di una pasta che con certi presidenti non si amalgama. Noi palermitani conosciamo bene quel tipo di dinamica, l’abbiamo vista ripetersi con variazioni minime per vent’anni.

Poi le tappe che tutti conoscono e che compongono un mosaico di passione e contraddizione: le esperienze tra Parma e Lecce, quel gesto sconsiderato a Catania — un calcio nel sedere a un collega, di cui ha sempre portato il peso — che racconta più di qualsiasi intervista la temperatura emotiva a cui quest’uomo vive il campo.

E poi la scelta che nel calcio contemporaneo equivale a un harakiri professionale: fermarsi, rifiutare ingaggi importanti perché il fuoco dentro si era spento. In un ambiente dove tutti inseguono la prossima panchina come cani da corsa dietro il coniglio meccanico, Baldini si è seduto ad aspettare che il cuore tornasse a dettare il ritmo. È tornato a Carrara senza chiedere un euro, parlando di percorsi interiori mentre i suoi colleghi parlavano di expected goals. Un alieno, nel senso più nobile del termine.

Poi la storia ha fatto uno dei suoi giri completi, come succede solo quando c’è qualcosa di autentico sotto. Il ritorno a Palermo nel 2022, la promozione in B con una squadra che trasudava appartenenza da ogni poro, una cavalcata che chi c’era non dimenticherà mai. E magicamente, qualche anno dopo, la replica con il Pescara, playoff vinti con la Ternana e un discorso alla Rai che era una dichiarazione di guerra al sistema: generazioni di calciatori che non sanno più cosa significhi la maglia azzurra, dirigenti che alimentano un circo dove prosperano i furbi e i mediocri. Parole scomode, dette con la voce di chi non ha nulla da perdere perché non ha mai barattato la propria dignità con un contratto più lungo.

Mettiamolo all’Under 21, a pensato il sistema, lì tra ragazzini e stadi semi deserrti non può far danno. I risultati parlano da soli — sette vittorie su otto — valorizzando ragazzi che ora porterà direttamente in Nazionale maggiore. Sperando sì che quelli ci restino per più di due partite, scrivendo un pezzo di futuro indelebile. Un investimento vero, non la solita vetrina per senatori a fine corsa.

Ma qui viene la parte che brucia, quella che va detta senza anestetici. Baldini è un antisistema, e il sistema non perdona chi non si piega. Farà le sue due partite — il 3 giugno a Lussemburgo, il 7 a Creta — con il coraggio di chi non ha niente da dimostrare a nessuno se non a se stesso. Metterà in campo i giovani, le verticalizzazioni che fanno venire l’orticaria ai talebani del possesso palla, e quell’onestà brutale che è il suo marchio di fabbrica. Poi il meccanismo si rimetterà in moto: il nuovo presidente cercherà un nome che faccia titolo, uno che piaccia ai giornalisti delle prime pagine e ai procuratori delle prime file, uno abbastanza malleabile da accettare convocazioni suggerite e silenzi imposti.

La storia si ripete — nel 2017 toccò a Di Biagio fare il tappabuchi prima che arrivasse il nome grosso — e stavolta non andrà diversamente. Perché il calcio italiano non vuole uomini veri sulla panchina più importante: vuole figurine gestibili.

Ma fino ad allora, caro Silvio — cittadino onorario per acclamazione della mia Palermo — fai quello che sai fare meglio: connetti il tuo cuore e quello dei tuoi ragazzi a un intero popolo e falli battere all’unisono. Saranno solo due partite. Ma con te in panchina, saranno magiche.

Palermitano, classe '73, Simone è l'esperto IT di Mediartika e co-fondatore di Media Post Network. Alla competenza tecnica nel campo dell'informatica e dei media digitali, unisce la passione per la scrittura, dilettandosi a raccontare soprattutto il mondo dello sport, con un occhio di riguardo per il calcio. Proprio dalla sua prospettiva informata e dalla sua curiosità trae ispirazione per commentare non solo eventi sportivi, ma anche per condividere opinioni e riflessioni sulla Sicilia e sull'attualità in generale.

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