A Palermo non si crede, si appartiene. E questa appartenenza ha un nome proprio, corto e dolce come un sussurro detto in casa: Rosalia. Non Santa Rosalia, no — Rosalia è Santuzza. Detto così, come si direbbe il nome di una sorella che c’è sempre stata. E infatti la città la chiama così, con il suo nome o il suo nomignolo, senza distanza. Perché a Palermo la santità è cosa intima, non si trova sulle altezze del dogma, ma dentro le vene delle notti calde, nei colpi di tamburo, nei piedi scalzi, nei babbaluci pieni d’aglio mangiati in piedi con lo stecchino.
Il Festino non è solo una festa. È un teatro che dura un secolo in una notte, un palcoscenico mobile che trasforma i palermitani in attori e spettatori della propria storia. Nessun’altra città al mondo riesce a mettere in scena se stessa con tanta impudicizia e tanto orgoglio. Il carro trionfale che scende dal Cassaro è un pretesto: quel legno colorato che sfila tra due ali di folla è come uno specchio barocco, e ciascuno ci si riconosce dentro con un briciolo di malinconia e un’esagerazione tutta nostra.
Perché il Festino, alla fine, non racconta Rosalia — racconta Palermo. Una città che ha il talento di trasformare ogni gesto in rito e ogni rito in festa. Non importa quanti siano a sapere che la santa salvò la città dalla peste: quello che conta è che, ogni anno, la salvi dalla dimenticanza. La riporti al centro, la tenga viva nella carne e nel disordine, in quella mescolanza che non ha regole ma ha memoria.
La notte del 15 luglio è un’esplosione coreografica di Palermo su Palermo. Si mangia male ma con gioia, si cammina troppo ma nessuno si lamenta, si canta a squarciagola, si ride forte, si bestemmia e si prega con lo stesso respiro. Si suda come in processione e si balla come in discoteca. I bambini sulle spalle, le vecchie con le mani giunte, i giovani che si baciano sotto i fuochi d’artificio. Tutto questo è la festa. E Rosalia, nel suo vestito d’oro, non guarda dall’alto — sta in mezzo. È già nel cuore delle cose.
La sua forza è l’anacronismo. È una santa che non insegna nulla ma accompagna. Non giudica, non moralizza, non divide. È l’unica figura che mette d’accordo i devoti, i laici, i nichilisti, i nostalgici e gli anarchici. Tutti, almeno una volta, l’hanno invocata. Per la salute, per una casa, per un amore, per una rabbia o per un gol del Palermo. Nessuno entra davvero nel Festino per caso: c’è sempre qualcosa che si vuole dire, o urlare, o lasciar andare.
La città la aspetta per mesi senza sapere di aspettarla. Il Cassaro si prepara in silenzio, fino all’uscita della Vara quando i balconi si riempiono, anche se Lagalla non vuole, voce corre di balcone in balcone: “Passa u carru.” Ma il carro, come Rosalia, non arriva mai solo. Porta con sé l’infanzia, i padri che non ci sono più, le madri che ci facevano stare zitti per ascoltare la voce della narratrice dal palco, i motorini con tre persone sopra, che nonostante i divieti, scommettiamo che anche quest’anno faranno la loro apparizione, le risate improvvise e le lacrime commosse senza motivo.
E poi, quando tutto finisce, quando l’ultimo botto esplode sul Foro Italico e le teste si alzano per guardare il cielo incendiarsi, non c’è un applauso, non c’è un saluto. Solo un sussurro, antico, ruvido e dolce, che sale dal ventre della città come un respiro corale: “Viva Palermo e Santa Rosalia.” È una dichiarazione. È una preghiera. È un testamento urbano.
Rosalia, ogni anno, non salva Palermo dalla peste. La salva dall’oblio. E Palermo, ogni anno, non ringrazia in ginocchio. Lo fa cantando, mangiando, ballando, amando — come solo lei sa fare.



