Torna a spopolare sui social l’ecomostro di Cefalù

CEFALÙ – Spopola sui social network l’immagine dello scheletro di Cefalù, un palazzo mai terminato che sorge in pieno centro, a pochi passi dalla villa comunale e non lontano dal lungomare. È diventato il simbolo dell’incuria e di un’assurda paralisi burocratica che ha permesso a una tale rovina di deturpare il paesaggio per quasi cinquant’anni. Per chiunque sia cresciuto in zona, è una presenza costante, una cicatrice di cemento che ha accompagnato intere generazioni.
Chi scrive ha memoria di quella struttura sin dai primi anni ’80, una visione fissa e inquietante durante le passeggiate infantili. Vedere oggi, nel 2025, quello stesso scheletro immutato, suscita un profondo senso di amarezza. Eppure, dietro quella che potrebbe sembrare una semplice storia di abbandono, si cela una vicenda molto più complessa, un intreccio di sfortunate coincidenze amministrative e finanziarie che hanno congelato il tempo e il cemento.
Le radici di questa desolante permanenza affondano in una scelta urbanistica che ha finito per creare un paradosso. La costruzione dell’edificio fu infatti bloccata a causa della mancata rinnovazione della concessione edilizia. Dietro questa decisione amministrativa c’era un nuovo e ambizioso piano regolatore che intendeva realizzare proprio in quell’area una “via di verde fino al mare”, un corridoio ecologico incompatibile con la presenza di quel palazzo. La beffa, tuttavia, è che quella fu l’unica costruzione ad essere sacrificata in nome del progetto. Altre palazzine situate lungo la stessa direttrice, forse grazie a concessioni già consolidate o a differenti scadenze, proseguirono e furono completate, ostruendo definitivamente il passaggio e rendendo così irrealizzabile proprio quel sogno “green” per cui l’ecomostro era stato fermato.
L’interruzione dei lavori, resa ancora più amara dalla sua inutilità finale, si rivelò finanziariamente fatale per l’impresa. Con il cantiere bloccato per sempre, coloro che avevano già versato cospicui anticipi per l’acquisto degli appartamenti richiesero, come era loro diritto, la restituzione del denaro. La valanga di richieste di rimborso creò una pressione insostenibile sulle finanze della società costruttrice, portandola inevitabilmente al fallimento e trasformando un progetto edilizio in un disastro economico.
Quel tracollo ha lasciato in eredità una situazione giuridica quasi inestricabile, una vera e propria matassa, che spiega la paralisi odierna. La titolarità dell’immobile è oggi frammentata tra più soggetti: da un lato gli istituti bancari, che ne sono entrati in possesso a seguito della bancarotta, dall’altro i proprietari originali, che di fatto non hanno alcun potere o interesse a intervenire. Questa complessa suddivisione della proprietà rende estremamente ardua qualsiasi negoziazione per la vendita o per un eventuale progetto di demolizione da parte dell’amministrazione locale.
L’ecomostro di Cefalù, dunque, è il simbolo di una doppia sconfitta: non solo il monumento a un fallimento imprenditoriale, ma anche la testimonianza di una visione urbanistica nata bene e morta malissimo, capace solo di creare un’ulteriore rovina senza portare a termine il proprio scopo. Resta lì, nel cuore di una delle perle del Mediterraneo, come monito di un sogno di verde che, paradossalmente, ha prodotto una ferita di cemento mai più sanata.



