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Polito sferra un pugno e scoppia la rissa in Tribuna autorità

Dal video che gira in queste ore sui social, e che chiunque può guardare prima di inveire contro i tifosi del Palermo, si capisce una cosa sola: la rissa al Barbera non è partita dai tifosi del Palermo, ma da un pugno sferrato in tribuna autorità dal figlio del direttore sportivo Ciro Polito a un palermitano che gli stava seduto dietro.

Tribuna autorità, vale la pena ricordarlo, è il settore dove a pochi metri di distanza si siede di tanto in tanto Sergio Mattarella quando viene a vedere il Palermo. Non è la Nord, non è la Sud, non è il settore ospiti. È il posto in cui le persone, almeno in teoria, si misurano per come si comportano, non per quanto urlano. Eppure è da lì che è partito tutto.

I sei minuti di recupero concessi a fine primo tempo, per Polito, erano troppi. Per chi era allo stadio e contava le interruzioni, le simulazioni, le palle gettate fuori come se ci fosse un incendio sugli spalti, ne sarebbero serviti almeno dieci. Da quella discrepanza — da quei numeri sbagliati nella testa di chi era venuto al Barbera con la presunzione di chi non ammette nemmeno di sudare — è partita la sequenza. Provocazioni continue, gesti, parole rivolte al pubblico palermitano seduto intorno. Un vicino di posto, civilmente mettendogli una mano sulla spalla, ha invitato il figlio del direttore sportivo a sedersi e a smetterla. La risposta è arrivata sotto forma di pugno.

Da quel momento, come è naturale che accada quando si tira un pugno a uno sconosciuto in mezzo a una folla di trentamila persone, è esplosa la reazione. La delegazione del Catanzaro ne ha avuto la peggio, ed è proprio quel dato di fatto che diverse testate, già nelle prime ore della notte, stanno usando per costruire una narrazione perfettamente capovolta: i familiari aggrediti, la moglie e il figlio del ds in ospedale, la mamma di Aquilani in lacrime. Tutto vero. Tutto vero, eppure tutto raccontato a partire dalla coda dell’episodio, ignorando la testa. Chi ha alzato le mani per primo non era un ultras incappucciato in curva. Era un ospite della tribuna autorità. La differenza non è cosmetica: è la differenza tra una rissa e una provocazione punita.

L’atteggiamento del Catanzaro nel doppio confronto, del resto, è stato una sequenza di gesti al limite del bullismo agonistico. Allenatore, dirigenti e calciatori si sono presentati al Barbera con l’aria di chi era già in finale e voleva farlo pesare. Gestualità da fine partita al quindicesimo minuto, sorrisetti rivolti al pubblico, il piacere mal celato di mostrare ai palermitani che la loro impresa non avrebbe avuto seguito. È un linguaggio del corpo che si vede, si registra, e che il pubblico recepisce. Se poi a tradurre quel linguaggio in violenza fisica ci pensa direttamente un familiare del direttore sportivo, dalla tribuna riservata alle autorità, allora il quadro è completo.

C’è poi un dettaglio che andrebbe sottolineato senza retorica. Il pugno è partito in tribuna autorità. È un posto presidiato, controllato, con steward e personale che intervengono in pochi secondi. Per fortuna di chi quel pugno l’ha tirato. Se la stessa scena fosse avvenuta in qualunque altro settore del Renzo Barbera — la Sud, la Nord, anche solo i Distinti — l’episodio non si sarebbe risolto con qualche graffio e una corsa al pronto soccorso per accertamenti. Sarebbe finito molto peggio. Non è un’attenuante per chi ha reagito: è un dato di realtà sulla differenza tra alzare le mani in un palco coperto e farlo in mezzo a una gradinata. Il figlio di Polito ha avuto, paradossalmente, la fortuna del settore sbagliato.

Resta il punto più delicato, quello che riguarda chi scrive. Il giornalismo sportivo italiano ha un riflesso pavloviano: quando una rissa scoppia in uno stadio del Sud, il titolo viene composto prima ancora dei fatti. “Vergogna Palermo”, “tifosi violenti”, “follia al Barbera”. È più comodo, vende di più, conferma uno stereotipo già installato in tipografia. Solo che i fatti, quando ci sono i video, restano. E i video, in questo caso, esistono e sono pubblici. Mostrano un signore che, dalla tribuna autorità, sferra il primo colpo a chi gli sta seduto dietro. Non è una ricostruzione, non è un sentito dire: è un fotogramma.

Il Palermo, in campo, ha onorato la maglia. Ha vinto due a zero contro una squadra che difendeva un tre a zero d’andata e che, dopo i primi minuti, non ha più creduto davvero di poter fare un altro gol. I tifosi hanno riempito il Barbera, hanno spinto fino all’ultimo secondo, hanno tributato applausi a una squadra che esce dai playoff con la dignità intatta. La Serie A, quest’anno, è un sogno che resta nel cassetto.

Palermitano, classe '73, Simone è l'esperto IT di Mediartika e co-fondatore di Media Post Network. Alla competenza tecnica nel campo dell'informatica e dei media digitali, unisce la passione per la scrittura, dilettandosi a raccontare soprattutto il mondo dello sport, con un occhio di riguardo per il calcio. Proprio dalla sua prospettiva informata e dalla sua curiosità trae ispirazione per commentare non solo eventi sportivi, ma anche per condividere opinioni e riflessioni sulla Sicilia e sull'attualità in generale.

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