Pizzo al mercato Ballarò

Redazione
da Redazione
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Il Pizzo al mercato Ballarò e nella zona della stazione centrale a Palermo era imposto a tappeto. “Qua pagano tutte le bancarelle Bangladesh”. A parlare è Massimo Mulè che, secondo la Procura, assieme al padre Francesco, avrebbe retto il clan di Palermo Centro. Entrambi sono stati fermati nell’ambito dell’operazione antimafia oggi a Palermo. Tante attività commerciali sottoposte al pizzo: un bar di piazza Magione e un ristorante del Foro Italico e un’edicola in corso Tukory. Tanti pagano in silenzio come hanno sottolineato nel provvedimento di fermo il procuratore aggiunto Paolo Guido ed i sostituti Giovanni Antoci, Luisa Bettiol e Gaspare Spedale.

Il pizzo resta – come emerge anche da quest’ultimo blitz dei carabinieri, denominato “Centro” – una risorsa fondamentale per Cosa nostra, assieme alla droga, ma anche allo smercio di sigarette di contrabbando. E, come già era venuto fuori in altri quartieri in passato, i boss per cercare di evitare problemi avrebbero imposto la tangente costringendo i commercianti ad acquistare i tagliandi per una riffa clandestina.

Dalle intercettazioni, però, emerge anche che diversi affiliati non avrebbero ritenuto i Mulè i migliori boss possibili anche perché si sarebbero “fottuti i picciuli” e qualcuno rimpiangeva “i bei tempi in cui c’era Alessandro D’Ambrogio, ora recluso al 41 bis”.

Il boss mafioso Francesco Mulè, detto Zu Franco, fermato oggi nell’ambito dell’operazione antimafia a Palermo, era tornato libero nel 2018. Era all’ergastolo.

Ha goduto di una legge, la Carotti, rimasta in vigore pochissimo tempo. Tanto quanto è bastato per venire scarcerato dopo 23 anni trascorsi in cella. L’anziano boss era stato condannato per mafia e all’ergastolo per tre omicidi. Ama il figlio tanto che lo vuole proteggere da un nuovo arresto.

Tentativo non riuscito visto che anche “U Nico” Massimo Mulè è finito in questa nuova inchiesta. “Deve parlare con mio figlio? Deve parlare con me… a mio figlio lo deve lasciare… a me mi arrestano e mi mandano ai domiciliari”, diceva il padre a chi gli chiedeva un incontro con Massimo. Lo avrebbe tenuto a riparo dai rischi. Ma Francesco Mulè era tornato al comando. Il figlio Massimo che attendeva la sentenza d’appello per martedì poteva scappare. “Parlando con te vogliamo partire… glielo lasciamo a lui e tu viene con me, come lo facciamo il viaggio?”, diceva il padre, parlando di un ragazzo che li avrebbe potuti accompagnare fuori città.

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