Al porto di Presidiana, a Cefalù, sono state montate le strutture in calcestruzzo sea-friendly che rappresentano il cuore del Progetto POSEIDONE: moduli Tecnoreef che, tra poche settimane, verranno posizionati sott’acqua. È un passaggio operativo che segna l’avvio concreto di un intervento pensato per il ripopolamento ittico e per la tutela del patrimonio naturale marino, con una visione che tiene insieme ambiente, piccola pesca e nuove opportunità legate al turismo.
POSEIDONE nasce con un obiettivo dichiarato: preservare e sviluppare la fauna e la flora acquatiche autoctone, proteggere e ripristinare la biodiversità e gli ecosistemi attraverso sistemi ripopolanti ecocompatibili. La scelta tecnica è quella delle “unit reef”, barriere artificiali marine di forma piramidale realizzate con un calcestruzzo definito ecologico e non impattante, composto da elementi naturali e privo di additivi chimici. Moduli certificati, concepiti per integrarsi con l’ambiente e diventare, nel tempo, un punto di aggregazione per la vita sottomarina.
L’area individuata per l’immersione è quella antistante capo Santa Lucia. La decisione è stata supportata da uno studio di fattibilità del 2022 condotto dal dottor Guido Beltrami, indicato tra i massimi esperti italiani di acquacoltura, su iniziativa di Antonio Rancati e Filippo Sciacca di Sustenia. Secondo quanto riportato nel progetto, la zona scelta consentirebbe il posizionamento dei moduli artificiali sommersi entro le tre miglia dalla linea di costa e a meno di 50 metri di profondità, condizioni ritenute idonee per l’allocazione delle strutture.
Il Comune di Cefalù, in collaborazione con il GALP FLAG Golfo di Termini Imerese, presenta POSEIDONE come un primo progetto di salvaguardia ambientale marina destinato a imprimere una spinta alla protezione e alla rinaturalizzazione degli areali. L’idea di fondo è ristabilire un equilibrio che favorisca la piccola pesca professionale costiera, ridando respiro a un comparto che vive di risorse locali e di un rapporto diretto con il mare. Allo stesso tempo, il progetto guarda a una fruizione diversa, con attività legate al turismo subacqueo e a forme di esperienza connesse alla cultura marinara del territorio.
Tra gli elementi evidenziati c’è anche l’effetto “difensivo” delle barriere: la presenza dei moduli sommersi viene descritta come un possibile ostacolo alla pesca a strascico illegale, considerata un tema di forte sensibilità per la marineria locale. In questa prospettiva, la funzione delle strutture va oltre la semplice installazione: diventano una misura di tutela indiretta, perché riducono la vulnerabilità di alcune aree e contribuiscono a proteggere i fondali.
Il principio ecologico che sostiene l’intervento è quello di creare un sistema di produzione e rifugio capace di esaltare la produttività naturale. Le unit reef, nelle intenzioni, dovrebbero favorire l’instaurarsi di catene trofiche stabili e generare un habitat “protetto”, con un conseguente incremento degli stock ittici presenti e una maggiore salvaguardia delle forme giovanili degli organismi legati al fondo originario. Da qui discende anche l’aspettativa di ricadute sul lavoro, sia per la pesca professionale sia per attività alternative come ittiturismo, pescaturismo ed escursioni subacquee.
Il progetto viene descritto come uno sviluppo sostenibile concreto finanziato con fondi FEAMP destinati alla protezione e al ripristino della biodiversità, con un riferimento alla coerenza con le esigenze del PNRR. L’orizzonte temporale evocato è quello di alcuni anni, periodo in cui, sulla scia di esperienze analoghe già attivate in altre realtà costiere italiane, si punta a ricostruire condizioni di naturalità e di tutela della biodiversità senza compromettere la qualità dei luoghi. L’ambizione è restituire competitività e produttività alla pesca professionale, favorire sistemi di pesca sostenibili e, allo stesso tempo, rendere il mare di Cefalù un’attrattività fruibile anche dal punto di vista turistico.



