C’è una città in Italia che sembra essersi arresa, non alla forza maggiore di un nemico, ma all’usura lenta dell’abbandono, della complicità, della cattiva politica. Palermo, un tempo cuore pulsante di cultura, arte e resistenza civile, oggi si presenta come un organismo senza governo, un agglomerato urbano dove la criminalità si espande come vegetazione infestante in assenza di potatura. È una città allo sbando, ingovernabile nella sostanza prima ancora che nella percezione, e a dirlo non sono soltanto i cittadini esasperati, ma i numeri: secondo Il Sole 24 Ore, il gradimento del sindaco Roberto Lagalla è il più basso d’Italia. Un dato che fotografa non solo la crisi di leadership, ma la sfiducia sistemica che affligge la città.
Le vie di Palermo sono sporche, male illuminate, percorse da una malamovida che di notturno ha solo l’orario e nulla della magia. Il centro storico, che dovrebbe essere il salotto buono della città, è diventato teatro di aggressioni, furti e vandalismi. Non è un’eccezione, è la norma. Qui la microcriminalità non è un fenomeno sporadico, ma il linguaggio quotidiano con cui si regolano i rapporti di forza, un codice implicito che dice ai giovani che il rispetto si conquista con la prepotenza, non con l’intelligenza o il lavoro. Le bande di bulli, spesso giovanissimi, agiscono con la sicurezza di chi sa che difficilmente sarà punito, in un sistema dove le forze dell’ordine sono lasciate a operare in condizioni di assoluta carenza di uomini e mezzi.
Ma il problema non è solo di ordine pubblico. È una questione strutturale, che ha a che fare con la capacità – o l’incapacità – dell’amministrazione di gestire una città complessa e fragile. A Palermo, l’assenza di una visione amministrativa si traduce in abbandono, e l’abbandono è l’habitat naturale della criminalità. L’illegalità non nasce mai nel vuoto: prospera dove manca un presidio costante, dove le regole non sono applicate, dove il potere pubblico si eclissa. È una dinamica che Palermo conosce bene, perché l’ha vissuta con la mafia: là dove lo Stato arretra, altri soggetti si affacciano per occupare lo spazio. Oggi non si chiama più pizzo, ma è comunque un controllo del territorio attraverso la paura e la sopraffazione.
La malamovida e la criminalità sono due facce della stessa medaglia. Senza regole, senza controlli, ogni quartiere notturno diventa una “palestra” di devianza, dove l’abuso è routine e la trasgressione non ha più nulla di gioioso. Le telecamere di sorveglianza, le pattuglie, gli interventi repressivi possono arginare momentaneamente l’emergenza, ma non la risolvono. La soluzione vera richiede un’alleanza civile: tra istituzioni, cittadini, imprenditori, forze dell’ordine. Richiede un’amministrazione che non si limiti a contare i danni il giorno dopo, ma che torni a presidiare con intelligenza e coraggio ogni spazio urbano.
Oggi Palermo è una città dove vivere diventa ogni giorno più difficile. Dove chi investe, chi lavora onestamente, chi sogna un futuro viene lasciato solo. Ma una città che espelle la legalità e premia il disordine è una città che ha smarrito sé stessa. Resta una domanda: per quanto ancora sarà possibile far finta di nulla?



