Il DS rosanero predica calma e punta tutto sulla mentalità, ma la strategia conservativa rischia di ignorare i veri limiti: rosa anziana e una panchina cortissima.
C’è una parola che aleggia come un mantra sopra Viale del Fante, un concetto che, secondo il Direttore Sportivo Carlo Osti, dovrebbe essere la stella polare di questo mercato di riparazione: la fame. In una lunga intervista concessa al Corriere dello Sport, il dirigente rosanero ha tracciato la linea: “È la dote che più necessita per emergere in un torneo durissimo come la B. Con Inzaghi ce n’è già tanta ma averne di più non guasta”.
Parole sacrosante, se non fosse che la fame, quella vera, quella che ti fa mangiare l’erba e scalare l’Olimpo del pallone, è solitamente prerogativa di chi deve ancora arrivare, non di chi ha già timbrato il cartellino della carriera. E qui nasce il grande equivoco del Palermo odierno.
Osti elogia l’organizzazione del City Group, parlando di “riunioni con 153 osservatori da tutto il mondo” e della volontà di “capire prima quali caratteristiche dovrà avere il calciatore del 2030”. Una visione futuristica affascinante, che però si scontra violentemente con la realtà di una rosa costruita per un “presente” fin troppo statico. Il Palermo è una squadra vecchia, assemblata con profili che hanno margini di crescita vicini allo zero. La finestra di gennaio sarebbe stata l’occasione perfetta per iniettare linfa vitale, per acquistare quegli Under 23 di categoria superiore in grado di azzannare la Serie B oggi per dominare la A domani. Invece, ci sentiamo dire che “l’insidia di gennaio è voler cambiare troppo”.
La verità, amara, è che questa squadra ha sofferto maledettamente contro ogni singola diretta concorrente alla promozione, senza mai riuscire a imporsi con autorità. E non è questione di fame, è questione di gamba, di freschezza, di alternative.
Sulla cessione dell’ex capitano, Osti è stato chiaro: “Oggi il suo ruolo era cambiato… ha deciso di andare e noi lo abbiamo accontentato”. Un addio doloroso ma forse inevitabile. Ciò che preoccupa, però, è la matematica della sostituzione. Il DS assicura che “arriverà un altro attaccante di livello”, citando anche la crescita di Le Douaron.
Ma un solo innesto per rimpiazzare l’ex capitano appare come un azzardo calcolato male. Il Palermo ha una panchina cortissima, priva di ricambi all’altezza dei titolari nei momenti chiave. Pensare di affrontare il girone di ritorno — un “fiume in continuo movimento” come lo definisce lo stesso Osti — senza allungare la rosa, significa ignorare i campanelli d’allarme suonati nelle sfide contro le big.
Osti difende il lavoro fatto: “Preferisco far crescere i giocatori che abbiamo, come è successo nell’ultimo mese dove abbiamo vinto 4 partite su 5”. Eppure, la sensazione è che ci si stia accontentando di una solidità “riconoscibile” grazie al lavoro maniacale di Inzaghi — che “guarda anche le partite della Serie C per analizzarle” — senza fornirgli quelle armi letali necessarie per il salto di qualità definitivo.
Se il City Group vuole davvero il calciatore del 2030, forse dovrebbe iniziare a cercarlo adesso, smettendo di assemblare instant team che rischiano di sciogliersi al primo sole di primavera. La fame è importante, direttore Osti, ma si è sempre poggiata su gambe giovani altrimenti, a tavola, si rischia di restare a digiuno.



