Una stagione intera per conquistare l’ottavo posto. L’ultimo utile per i playoff. L’ultimo. Un risultato che in qualsiasi altra piazza del calibro di Palermo verrebbe archiviato sotto la voce “disastro”, ma che qui, a Palermo, è ormai parte del racconto. È il compimento coerente di una deriva iniziata mesi fa, forse anni. Perché se questo è il massimo sforzo, allora non è un fallimento: è un progetto. Fallire richiede almeno l’intenzione di riuscire.
A conferma, l’1-1 casalingo contro la Carrarese, neopromossa già salva, arrivata al Barbera per onor di firma e ripartita con un punto e un monologo. I toscani, senza dover chiedere permesso, si sono accomodati al centro del palcoscenico e hanno recitato la parte dei padroni di casa. Il Palermo, invece, vestito da comparsa stanca, si è nascosto dietro una messinscena sfilacciata, sgonfia, da teatrino di provincia. Altro che squadra da Serie A: questo è uno spettacolo da oratorio dismesso.
Il gol di Shpendi è una lezione di estetica e inerzia difensiva. L’italo-albanese ha il tempo di controllare, girarsi e trovare l’eurogol di giornata sotto l’incrocio. Audero guarda, applaude. Dionisi no: lui prende appunti. Probabilmente su come rendere ancora meno reattiva la sua squadra.
Il Palermo risponde come sa fare: con tanta confusione, tanto affanno e il tentativo dei singoli, perché questa squadra non è mai stata tale. L’unico guizzo arriva sui piedi di capitan Brunori lanciato in campo aperto nella mimesi perfetta della stagione, perde prima l’attimo per calciare e poi la palla. Dettagli, certo. Ma a questi livelli i dettagli fanno la differenza. Ed è proprio nei dettagli che il Palermo affoga, una giornata si e una no.
Nel secondo tempo, complice l’espulsione di Guarino al 57’, i rosanero giocano in superiorità numerica. Ma il copione non cambia, tanta troppa confusione. Finché Le Douaron, subentrato ad un evanescente Insigne, a tre minuti dalla fine infila il gol del pareggio. Ma non ne basterebbero sette di gol per salvare la faccia a Dionisi, il quale, in assenza di idee, si rifugia nei cambi più ovvi o più sbagliati. Ranocchia va, Verre entra, Vasic questa volta guarda. Tutto secondo il copione ormai logoro di un allenatore che non ha mai saputo dare gioco e identità alla squadra, andando a tentoni fin dalle prime giornate di campionato. Un incubo lungo 38 giornate e purtroppo non ancora finito, tra cambi di modulo e cambi folli.
E la dirigenza? Assente. Invisibile. Non serve chiamarla in causa, perché non c’è. Non c’è mai stata. Il Palermo chiude la stagione con 14 vittorie, 14 sconfitte, 10 pareggi. La mediocrità perfetta. L’equilibrio di chi non disturba, non eccelle, non rischia. Un club che ha rinunciato a pensare in grande, e che anzi sembra coltivare con cura il culto dell’ordinario, figlio minore di una multinazionale che non ha interesse a coltivare ambizioni distanti da Manchestern o New York (dove però il calcio è ancora un’altra cosa).
Adesso si va a Castellammare di Stabia, partendo dal gradino più basso, come giusto epilogo di un campionato giocato a testa bassa. La Nord ha lasciato gli spalti prima del fischio finale in aperta polemica con dirigenza e allenatore. E ha fatto bene. Perché l’ottavo posto, con questa rosa, con queste risorse, con questa città alle spalle, è uno schiaffo alla nostra dignità. Non c’è alcun merito, solo un lento naufragio travestito da normalità.
Il Palermo oggi è questo: una squadra che sembra allenata da un algoritmo mal programmato, gestita da fantasmi e seguita da tifosi che meritano molto di più. L’ottavo posto non è il fallimento. È la prova definitiva che questa è la dimensione dove Gardini & Co. ci vogliono lasciare.



