Esiste a Palermo un rito surreale che si consuma a ogni partita casalinga, un capolavoro di inefficienza che trasforma la passione di trentamila persone in un incubo logistico e in un inaccettabile rischio per la sicurezza. È il momento del deflusso dallo stadio “Renzo Barbera”.
Mentre all’interno si spengono le luci del campo, all’esterno si accende il caos: un fiume di famiglie, bambini e tifosi viene letteralmente dato in pasto al traffico di viale Croce Rossa e piazza Karol Wojtyla, lasciate incredibilmente aperte alla normale circolazione veicolare. Assistere a questa scena significa porsi una domanda tanto semplice quanto disarmante: come è possibile, per chi amministra questa città, non capire che una marea umana di trentamila persone è incompatibile con un’arteria stradale a scorrimento?
Non si tratta di cercare soluzioni ingegneristiche avveniristiche, ma di applicare il buonsenso. In qualsiasi città europea, la gestione di un evento di tale portata prevede come primo, non negoziabile, comandamento la creazione di un’area di sicurezza pedonale attorno all’impianto. Strade chiuse, percorsi protetti, un cordone che separi chi esce a piedi da chi si muove su ruote. A Palermo, invece, prevale un’incomprensibile ostinazione a non decidere, una paralisi decisionale che sacrifica la sicurezza e la fluidità del deflusso di massa sull’altare della continuità del traffico ordinario. È una scelta che, nei fatti, comunica una sconcertante inversione di priorità: la comodità di poche decine di automobilisti di passaggio vale più della sicurezza di decine di migliaia di cittadini.
L’alibi, fragile e quasi offensivo, è quello di un piano di mobilità pubblica che di “piano” ha ben poco. L’alternativa all’auto privata, ci viene detto, esiste. Peccato che si riduca a una singola corsa della metropolitana, offerta peraltro a un orario che definire “pessimo” è un eufemismo, del tutto inadeguato a servire una frazione anche minima della folla. Questo non è un servizio, è un contentino. È un modo per lavarsi la coscienza, per poter dire che un’alternativa è stata offerta, pur sapendo che è del tutto impraticabile.
Un vero piano di mobilità sostenibile prevederebbe navette dedicate dai parcheggi di interscambio, corse multiple e frequenti del treno sincronizzate con il fischio finale, una strategia integrata che a Palermo rimane un miraggio.
Le conseguenze di questa non-gestione sono sotto gli occhi di tutti. Ogni partita si conclude con ingorghi colossali, quartieri limitrofi paralizzati dalla sosta selvaggia, pedoni costretti a gimkane pericolose tra le auto, e un senso generale di abbandono e disorganizzazione che mortifica l’immagine della città e l’esperienza stessa di andare allo stadio. La passione dei tifosi e gli investimenti del club vengono vanificati da un’amministrazione che si dimostra incapace di governare un fenomeno prevedibile e ciclico.
Chiudere quelle strade per un’ora e mezza non è un capriccio, è un dovere. Palermo merita di vivere le sue domeniche di calcio come una festa, dall’inizio alla fine, senza che l’ultimo ostacolo da superare, il più pericoloso, sia quello che attende i suoi cittadini appena fuori dai cancelli.



