Vi è, nella liturgia pagana del gioco pedatorio, una giustizia divina che sovente sfugge ai contabili, ma mai all’occhio attento di Eupalla, avrebbe detto il compianto Gianni Brera. E dunque, sia vergato agli atti: il Romario del Salento, al secolo Fabrizio Miccoli, rimarrà l’insuperato nume tutelare della Conca d’Oro. Ed è giusto così. Perché quelle sue perle balistiche, scagliate con la protervia del genio tascabile, avevano il peso specifico del piombo fuso. Erano gol che piegavano le ginocchia alle potenti sorelle del Nord — Milan, Inter e Juventus — in un’epoca in cui la Serie A non era ancora terra di conquista per chiunque. Il Dio del Calcio, che tutto vede e tutto pesa, ha deciso che quel trono non si tocca, poiché forgiato nel fuoco dell’Olimpo.
Eppure, non di solo nettare vive l’appassionato, ma anche di pane raffermo e sudore. Qui entra in scena Matteo Brunori, l’italo-brasiliano dallo sguardo malinconico. Lui non è il mito irraggiungibile, ma il simbolo terragno di un miracolo sportivo. Assieme a quel vate scarmigliato di Silvio Baldini, Brunori ha incarnato il Palermo della polvere, quello che senza denari ma con i polmoni gonfi d’orgoglio si riprese il posto che gli spettava nel calcio che conta. Fu il condottiero di una truppa che onorò la maglia come poche altre, correndo laddove la tecnica difettava, gettando il cuore oltre l’ostacolo come nella più retorica, eppure veritiera, delle epopee.
Per questo, assistere al teatrino andato in scena ieri sera, ha provocato un travaso di bile degno delle peggiori ingiustizie. Vedere l’ultimo capitano scaldarsi a bordo campo, illuso e poi rispedito in panca come un soldatino di piombo inutile alla battaglia, è stato uno sgarbo che grida vendetta. Un tributo negato, una mancanza di stile che cozza violentemente con i valori di quel “Palermo dei miracoli” che fu tutto anima e corsa. Hanno cacciato l’ultimo simbolo della rinascita senza neppure concedergli l’onore delle armi, il saluto del suo popolo.
Ora la penna passa di mano e non ci sarà più spazio per la misericordia. La storia la dovranno scrivere i signori Galassi, Gardini e sodali del City Group. Hanno scelto di estirpare l’anima per impiantare il chip del marketing, ma badino bene: adesso non esistono più scuse, né paraventi dietro cui celarsi. Tolto di mezzo l’ultimo baluardo sentimentale, il Re è nudo dinanzi alla piazza.
Il Palermo dovrà andare in Serie A, senza se e senza ma. Solo con i risultati, brutali e tangibili, la viscerale passionalità del popolo rosanero potrà, forse, accettare di convivere con il cinismo del calcio moderno. Se vogliono trasformare il tempio del Barbera in un’azienda, che l’azienda produca l’unico dividendo che conta: la vittoria. Altrimenti, resteranno solo dei ragionieri senz’anima in una terra che vive di cuore.



