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La vecchia dell’aceto: serial killer o femminista?

Giovanna Bonanno, detta la Vecchia dell’Aceto, visse a Palermo nel XVIII secolo. Fu accusata di stregoneria e condannata a morte per aver avvelenato 6 uomini. Viene annoverata come la prima serial killer della storia italiana; si pensa infatti che gli omicidi da lei causati nel quartiere della Zisa di Palermo siano stati molti di più dei 6 accertati durante il processo. Ma tra storia e leggenda la figura della Vecchia dell’Aceto nasconde molti segreti e zone d’ombra.

La Majara della Zisa

Della vita della Bonanno sappiamo molto poco. Nacque a Palermo nel 1713 nel quartiere della Zisa. Forse si sposò con un certo Vincenzo Bonanno (dal quale prese il cognome), ma sicuramente visse tutta la sua vita mendicando e vendendo intrugli di erbe agli angoli delle strade; era considerata una majara. Il termine majara deriva dall’arabo maharum, che oltre a definire una persona povera, assume altre accezioni negative come escluso, allontanato, fino ad arrivare a pazzo. Nella lingua siciliana la “Majara” era una specie di strega bianca, non discepola del Demonio, ma adoratrice della Natura. La sua “investitura” avveniva per opera di altre donne (le madrine), che nella notte di San Giovanni (cioè 3 giorni dopo il solstizio d’estate) “consacravano” la nuova majara bagnandola con dell’acqua, alla confluenza di tre strade o di tre corsi d’acqua. Conosceva le erbe e le loro proprietà curative e a lei si rivolgevano le persone più povere che si aspettavano, più che una guarigione, la liberazione dalla loro condizione di disagio e di povertà. Era soprattutto una buona psicologa che sapeva infondere nell’ammalato la propria forza di volontà, ma rispondeva anche a richieste d’aiuto contro il malocchio e le fatture. Di solito veniva ripagata in natura con qualche uovo, delle conserve o un pesce appena pescato.

Il Liquore Arcano

Si narra che nel 1786 Giovanna Bonanno assiste per caso ad una scena mentre si trova davanti al negozio di un tal La Monica, aromatario di via Papireto. Una madre sconvolta tiene tra le braccia la figlia agonizzante che per sbaglio ha ingerito aceto per pidocchi, una mistura a base di aceto e arsenico che l’aromatario stesso le aveva venduto. Dopo aver dato di stomaco la bimba si salva e Giovanna ha un’intuizione che potrebbe migliorare la sua condizione economica. Acquista una bottiglietta di aceto per pidocchi e dopo averne sperimentato gli effetti su più animali, trova il giusto dosaggio e crea il suo “liquore arcano”. Sparge la voce tra le donne del quartiere, affermando di aver creato un liquore capace di riportare la pace in famiglia. Si trattava in realtà di un potente veleno in grado di uccidere senza lasciare tracce; in cambio di una modica cifra, la Bonanno poteva aiutare mogli infelici a sbarazzarsi dei propri mariti. Da allora nel quartiere della Zisa si verificarono numerose morti inspiegabili; all’epoca i medici non avevano molte competenze e non riuscivano a salvare i malcapitati. Durante la veglia al morto, la vecchia dell’aceto si presentava per riscuotere il suo compenso, e prima di andar via esclamava “U Signuri ci pozza arrifriscari l’armicedda” (Il Signore possa rinfrescargli l’anima).

Il business della Bonanno terminò nel 1789, quando, incastrata durante una compravendita, fu arrestata e accusata di stregoneria e dell’avvelenamento di 6 mariti. Condannata a morte fu impiccata il 30 luglio 1789, davanti ad una folla che prima la scherniva, ma che subito dopo si scagliò sui suoi resti per accaparrarsi un brandello di vestito o un’unghia come amuleto contro il malocchio.

La Vecchia dell’Aceto e le donne siciliane

Riconosciuta come prima serial killer della storia italiana la Bonanno, la vecchia dell’aceto, rispecchia perfettamente la società palermitana del suo periodo. Donna povera ma intraprendente, analfabeta ma geniale nel trovare la via per la sopravvivenza. La Bonanno era una personalità alla Zisa. Chi doveva sapere (le donne) sapeva, chi non doveva (gli uomini e le autorità), girava la testa dall’altra parte e in qualche modo temeva e tollerava la figura della vecchia megera. La società siciliana di fine 700 era solo formalmente patriarcale; era la donna infatti che governava in casa e decideva la gestione della famiglia. Ma molto spesso i matrimoni erano combinati e le donne non avevano modo di scegliere il compagno della loro vita. Ed è qui che si inserisce l’attività della Bonanno in un’ottica di solidarietà femminile. Giovanna non era riuscita a fare un “buon matrimonio” e a migliorare la sua condizione, ma grazie alle sue conoscenze erboristiche e alla sua spiccata intraprendenza, riuscì a sfruttare il desiderio di libertà di molte donne, intrappolate nella schiavitù coniugale. Intravide, nella condizione femminile siciliana, una soluzione per sbancare il lunario. Giovanna Bonanno non era una strega, né aveva poteri sovrannaturali: era solo una donna solidale che cercava di sopravvivere.

Elena Di Maio – Palermo Post

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