Ci sono vittorie che valgono tre punti e vittorie che valgono una stagione. Quella di ieri all’Euganeo appartiene alla seconda categoria. E non perché il Padova fosse un avversario temibile — trentaquattro punti, terzultima partita persa consecutiva, aria di chi sta già pensando ai playout. Ma perché vincere in dieci per settanta minuti, al novantatreesimo, con una zampata del capitano che per tutta la partita ha fatto il difensore centrale, il centrocampista di rottura, il portiere aggiunto e infine il centravanti, è roba che ti riconcilia con il calcio dopo settimane nelle quali il Palermo sembrava un malato terminale travestito da squadra di alta classifica.
Mattia Bani ha chiuso la partita con un 10 in pagella che non rende giustizia a quello che ha fatto. Al trentasettesimo si è immolato sul tiro a botta sicura di Ghiglione, con Joronen fuori causa. Al sessantatreesimo ha chiuso su Di Mariano quando il palermitano — l’ironia del cognome — stava per far male alla sua ex squadra. Quattro respinte personali in una sola partita, oltre alla rete decisiva in mischia al novantatreesimo su un corner lavorato da Ranocchia e prolungato da Peda. Quando si dice che il capitano si vede nei momenti difficili: ecco, ieri Bani non è stato un capitano. È stato un monumento.
Il problema si chiama Pohjanpalo (ma non come pensate)
Ventidue gol in stagione, capocannoniere del campionato con un distacco che fa quasi tenerezza verso gli inseguitori. Joel Pohjanpalo è un centravanti straordinario, uno di quelli che in area di rigore ti inventa il gol dal nulla, che occupa gli spazi con l’intelligenza di chi ha giocato a livelli superiori e che con un tocco può decidere una partita intera. Non è in discussione il suo valore. È in discussione il suo utilizzo quando le circostanze ti costringono a giocare lontano dalla porta avversaria.
Ieri lo si è visto in modo macroscopico. Dal venticinquesimo minuto, dopo la follia di Rui Modesto — un’entrataccia senza senso su Di Mariano, giustamente convertita in rosso dal VAR — il Palermo ha dovuto arretrare il baricentro di venti metri. Possesso palla al 34%, undici tiri totali contro quattordici del Padova. In quelle condizioni Pohjanpalo diventa un pesce fuor d’acqua. Un centravanti d’area non può essere il terminale di una squadra che gioca a sessanta metri dalla porta avversaria. Non ha la progressione per attaccare la profondità in solitaria, non ha il fisico per fare il lavoro sporco sulla trequarti, non ha le caratteristiche per giocare spalle alla porta e far salire la squadra con le sponde.
Al sessantaquattresimo Inzaghi lo ha sostituito con Le Douaron e Giovane, e non è un caso che da quel momento il Palermo abbia ritrovato un minimo di capacità di tenere palla in zone meno suicide. Le Douaron, con la sua corsa e la sua fisicità, ha guadagnato falli, rimesse laterali, secondi preziosi di possesso. Cose che Pohjanpalo, per sua natura, non può dare.
Il punto non è togliere Pohjanpalo dal campo. Il punto è che quando giochi contro squadre che ti tolgono la metà campo offensiva — e nelle prossime sei partite capiterà spesso — devi avere un piano B tattico che non preveda di isolarlo là davanti come un naufrago su un’isola deserta, aspettando che arrivi il pallone giusto per miracolo divino.
Sei finali, e il calendario fa paura
Adesso viene il bello. O il brutto, dipende dall’angolazione con cui si guarda la classifica. Sessantuno punti, quarto posto, diciassette vittorie, dieci pareggi e cinque sconfitte. Numeri da squadra solida, che sulla carta potrebbero bastare per consolidare una posizione playoff di alto livello. Il Monza ha pareggiato col Venezia e resta a più tre, il Catanzaro ha perso a Cesena: il quarto posto è blindato, almeno per ora. Ma il problema non è dove siamo. Il problema è dove dobbiamo andare e contro chi dobbiamo passare per arrivarci.
Le prossime sei partite del Palermo: Avellino in casa il 5 aprile, Frosinone in trasferta il 10, Cesena in casa il 18, Reggiana in trasferta il 25, Catanzaro in casa il primo maggio, Venezia in trasferta l’8 maggio.
Rileggiamole con calma. Frosinone: terzo in classifica, campione d’inverno, bestia nera di chiunque. Cesena: in piena corsa playoff, viene da un 3-1 al Catanzaro. Catanzaro: alti e bassi ma squadra con qualità e cattiveria agonistica. Venezia: prima della classe, la corazzata del campionato. Avellino: l’unica abbordabile sulla carta, ma reduci da un girone d’andata di altissimo livello. Reggiana: in lotta per la sopravvivenza, quindi disperata, quindi pericolosissima.
Cinque partite su sei contro squadre delle prime nove. Il calendario più difficile di tutte le contendenti alla promozione. E arriviamo a questo appuntamento dopo aver racimolato quattro punti nelle ultime tre partite, con una sconfitta nello scontro diretto di Monza e un pareggio casalingo contro la Juve Stabia che ancora brucia.
Il dato che nessuno vuole guardare in faccia
C’è un numero che racconta meglio di qualsiasi analisi tattica la stagione del Palermo: zero. Zero vittorie contro le prime nove della classifica. Un dato che in qualsiasi sport di squadra è una condanna. Puoi avere il miglior attaccante del campionato, puoi avere il capitano che ti salva le partite in dieci, puoi avere sessantuno punti e il quarto posto. Ma se non hai mai battuto nessuna delle squadre che ti stanno davanti o immediatamente dietro, hai un problema strutturale che nessun gol al novantatreesimo può risolvere.
E dopo la pausa nazionali, di quelle squadre ne affronteremo cinque su sei. Senza aver mai dimostrato di saperle battere.
Cosa deve cambiare
Inzaghi ha fatto il suo ieri, questo va riconosciuto. Il piano partita stravolto dopo venticinque minuti, la gestione intelligente dei cambi, il sacrificio di Palumbo per Peda all’intervallo, la scelta di puntare sulla corsa e sul contropiede. Le scelte hanno pagato perché dall’altra parte c’era il Padova, non il Frosinone. Ma se pensiamo di giocare così contro Venezia o Cesena, ci massacrano.
Servono due cose, e la sosta arriva al momento giusto per lavorarci. Primo: un’alternativa tattica per le partite in cui non possiamo dominare il possesso. Pohjanpalo è il nostro tesoro, ma in certe partite quel tesoro va messo in cassaforte e usato negli ultimi venti minuti, quando gli avversari si allungano. Serve un attacco che sappia giocare in transizione, che non abbia bisogno di venti passaggi per arrivare in area. Le Douaron potrebbe essere quella soluzione, ma va provato dall’inizio, non buttato dentro quando siamo con l’acqua alla gola.
Secondo: serve la testa. Perché ieri la differenza l’ha fatta il cuore — Bani, Joronen, il sacrificio collettivo — ma il cuore non basta per sei finali consecutive. Serve la consapevolezza che la promozione diretta, a questo punto, è molto difficile: troppi punti da recuperare, troppe squadre da scavalcare, troppo poco tempo. Ma i playoff da terzi sono alla portata, e in un playoff secco il Palermo, con questo Bani e questo Pohjanpalo, può battere chiunque.
A patto che ci si arrivi nelle condizioni giuste. Perché se perdiamo lo scontro diretto col Frosinone e non vinciamo con le altre, rischiamo di scivolare al quinto posto e di ritrovarci a giocare un turno preliminare che è una roulette russa.
La sosta serve a Inzaghi per riordinare le idee. E serve alla proprietà per farsi una domanda scomoda: è questa la rosa con cui vogliamo affrontare il prossimo anno, ovunque sia? Oppure, come al solito, ci accontentiamo della zampata di Bani al novantatreesimo e incrociamo le dita?
Io le dita le incrocio, perché sono tifoso e non posso farne a meno. Ma da tifoso pretendo anche che qualcuno, lassù, abbia un piano che vada oltre la preghiera.



