Preso allo Zen il sospetto killer: ora la città pretenda sicurezza vera

È stato rintracciato allo Zen, accompagnato in caserma e interrogato dai magistrati: ha 28 anni ed è indiziato dell’omicidio di Paolo Taormina colpito alla testa nella notte, davanti al pub di famiglia in pieno centro. A incastrarlo, dicono gli inquirenti, un lavoro rapido e puntuale su telecamere pubbliche e private, incrociato con testimonianze raccolte sul posto. Un’indagine lampo che merita di essere riconosciuta. E tuttavia non basta a placare l’amarezza: a Palermo si continua a morire per la violenza di pochi che si sentono padroni delle strade.
Lo Zen non è un’etichetta, è un quartiere: dentro ci vivono migliaia di persone oneste e stremate, ma anche gruppi che da anni impongono un ordine parallelo fatto di armi facili, scooter irregolari, intimidazioni. È qui che lo Stato deve farsi vedere, tutti i giorni, con scuole aperte, servizi, lavoro e controlli veri. Perché quando un’intera zona resta sospesa tra abbandono e illegalità, la movida del centro e le notti dei quartieri smettono di essere mondi lontani e si toccano nel punto più fragile: l’impunità.
Chi spara per futili motivi non è un “personaggio da cronaca nera”, è il sintomo di una resa culturale. Non servono caricature né stereotipi: servono responsabilità. A chi amministra chiediamo un piano trasparente e misurabile sulla sicurezza urbana; alle forze dell’ordine mezzi, organici e continuità d’azione nelle fasce orarie critiche; alla città la fermezza di non voltarsi dall’altra parte. La notte di Palermo non può essere territorio di chi impugna una pistola, e il centro storico non può trasformarsi in un luogo dove a dettare la legge sia il più arrogante.
Non è uno sfogo, è una richiesta politica: basta con l’intermittenza. Basta con gli interventi “a ondate” dopo l’ennesima tragedia. Lo Stato torni a essere presenza costante nei quartieri più esposti e nelle piazze della movida, con regole chiare e sanzioni certe per chi se ne infischia. È l’unica strada per spezzare il filo che lega il degrado all’omicidio di un ragazzo di ventun anni che, come tanti, lavorava di notte per tenere in piedi un’attività di famiglia.
Le indagini faranno il loro corso e stabiliranno responsabilità e ruoli. Resta un fatto: Palermo non può più nascondere il problema sicurezza sotto il tappeto. O si affronta, con serietà e continuità, oppure continueremo a scrivere di lampi, di spari e di corpi sull’asfalto. E a ogni articolo, a ogni fiaccolata, avremo perso tutti.
La persona accompagnata in caserma è allo stato indiziata di delitto; la sua posizione sarà vagliata dall’autorità giudiziaria e potrà definirsi solo a seguito di eventuale sentenza definitiva, nel rispetto della presunzione di innocenza.



