Ci sono sere in cui il calcio italiano pare un vecchio pugile con la guardia bassa: incassa, barcolla, fa due passi all’indietro e poi, per puro istinto di sopravvivenza, prova a menare un gancio. Sampdoria-Palermo è stata una di quelle serate da manicomio pallonaro, con la partita che si sbriciola e si ricompone come un cannolo troppo farcito, e con un protagonista che non indossa né rosanero né blucerchiato: il fischietto, assistito dal suo nuovo oracolo elettronico, il VAR, che qui da noi somiglia spesso a un megafono della confusione.
L’episodio che ha acceso la piazza, e pure la bile, è un gol rosanero prima convalidato dal campo e poi frantumato al monitor. Un frame, dicono, basterebbe a raccontare la faccenda: Bani va su di testa, braccio in movimento naturale, sguardo inchiodato sulla palla come un centravanti d’altri tempi sul cross della domenica; e il difensore della Samp gli finisce addosso, quasi cercando quel gomito come si cerca un alibi. Qui il punto non è fare i notai della biomeccanica, ma ricordare la logica elementare del gioco: se uno ti trascina il braccio e tu cerchi equilibrio per restare in piedi, dov’è la colpa? E soprattutto: perché richiamare l’arbitro a rivedere un’azione che dal prato aveva letto e giudicato in tempo reale? Il VAR nasce per togliere l’errore evidente, non per fabbricare un dubbio d’ufficio. E invece, in questa nostra farsa made in Italy, lo schermo diventa un tribunale in cui la sentenza sembra già scritta e il campo, poveretto, resta in sala d’attesa.
Il bello — si fa per dire — è che la stessa partita avrebbe offerto, poco dopo, l’altra faccia della moneta: un gol della Samp preceduto da una mischia di contatti, con Magnani che finisce a terra e un avversario che si libera. VAR check, annunciano; ma di immagini chiare, di replay, di quei fermo-immagine che diventano vangelo quando si tratta di annullare, nemmeno l’ombra. Dieci secondi e via, tutto buono, come se il monitor avesse fretta di chiudere bottega. Ed ecco l’effetto collaterale più tossico della tecnologia mal governata: non la decisione singola, ma l’incoerenza. Perché se la regola pare elastica, il tifoso non si sente soltanto sconfitto: si sente preso in giro. E quando la gente chiede “qualcuno mi spiega come funziona?”, non sta facendo filosofia: sta domandando perché oggi una trattenuta diventa un crimine e domani un dettaglio di tappezzeria.
In mezzo a questo teatro, il Palermo ha avuto anche colpe sue, eccome. I tre gol sampdoriani nascono da errori rosanero, e quel blackout difensivo a inizio ripresa è roba che in panchina fa invecchiare. Però, ed è l’unica medicina in una notte di febbre, la squadra non si è sbriciolata quando è finita sotto di due reti. Ha rimesso insieme il cuore, ha rimesso insieme le gambe, e nel recupero, raggiunto il pareggio, non s’è accontentata di rintanarsi come fanno in novantanove su cento: ha assaltato l’area, ha cercato perfino la vittoria. È lì che si vede la mano di Inzaghi: non nelle frasi a effetto, ma nell’ostinazione collettiva. Un punto d’oro, dicono. Vero. Ma con un retrogusto amaro.
Perché l’impressione, ormai preoccupante, è che la classe arbitrale dell’ultimo decennio sia diventata lo specchio opaco della crisi del nostro calcio: tanta tecnologia, poca autorevolezza; tanti protocolli, poca chiarezza; tanto potere, troppa fragilità. E così gli arbitri, invece di essere il metronomo invisibile, finiscono per condizionare la musica. Non serve pensare a complotti: basta l’incertezza, basta l’ansia da monitor, basta la tentazione di rifare la partita dal laboratorio. E un campionato che ancora si lascia piegare dagli umori del fischio, anche con tutte le telecamere del mondo, è un campionato che non guarisce. È un campionato che, come quel vecchio pugile, continua a prendere colpi. E ogni tanto, purtroppo, se li dà da solo.



