A Chiavari il Palermo non si gioca soltanto tre punti, ma la credibilità di un percorso. La trasferta contro l’Entella ha il sapore di ultima chiamata per un gruppo che, dopo una buona partenza, si è afflosciato proprio nel momento in cui il campionato chiedeva continuità, fame, spessore mentale per potere mettere distanza tra sé e le inseguitrici. Inzaghi lo ha ricordato con onestà: ventotto partite sono ancora tante, la B non emette verdetti a novembre, ma si deve cambiare innanzitutto mentalità. Perché la classifica non aspetta nessuno, e un ulteriore passo falso trasformerebbe il ritardo dalle prime in una salita quasi ideologica, prima ancora che sportiva.
Il punto, infatti, non è solo aritmetico. È psicologico. Questo Palermo ha già mostrato troppe volte di non avere un approccio da squadra che vuole dominare il torneo: entra in campo spesso contratto, smette di giocare alle prime difficoltà, non dà mai l’idea di godere della battaglia. È come se l’ambizione fosse stata scritta nei comunicati stampa più che scolpita nella testa e nelle gambe di chi va in campo. Ed è qui che la partita con l’Entella diventa spartiacque: o il gruppo dimostra di credere davvero alla promozione, oppure sarà inevitabile rimettere mano, in profondità, all’intero progetto rosanero.
Dalla prima stagione targata CFG la scelta è stata chiara: puntare sull’esperienza, andare a pescare giocatori che la Serie B l’avevano già vinta, o comunque abitata a lungo, ma quasi tutti all’apice o oltre la curva della loro carriera. Una strategia rassicurante sulla carta, rischiosa sul campo. Oggi l’ossatura è fatta da trentenni pieni: Joronen 32 anni, Ceccaroni 30 anni, Bani 31 anni, Bereszyński 33 anni, Augello 31, Gyasi 31, Brunori 31, Pohjanpalo 31, con Palumbo che veleggia verso i 30. Calciatori che conoscono il mestiere, certo, ma che devono trovare ogni settimana, dentro di sé, ragioni nuove per andare oltre ciò che hanno già fatto.
Basta evocare qualche ricordo per capire quanto sia cambiato il paradigma. Quando il Palermo in epoche passate fu chiamato alla risalita in serie A il motore aveva un’altra anagrafe. Ossature fatte da calciatori in ascesa per cui la Serie B era come trampolino, non un riparo di fine corsa. Intorno, certo, c’erano uomini di peso ed esperienza, ma i senatori di quelle squadre erano cornice, non la quasi totalità del quadro. Diciamocelo chiaramente anche in caso di promozione, quanti di questi sarebbero in grado di fare la serie A?
In questo contesto, Inzaghi resta paradossalmente il punto fermo. Non perché sia intoccabile per dogma, ma perché ha mostrato una cosa rara nel calcio contemporaneo: si assume le responsabilità, non scarica mai sui calciatori, mantiene un rispetto profondo per l’ambiente e soprattutto lavora con serietà e abnegazione. Con un allenatore così, la pazienza ha senso: il tempo per trovare una chiave c’è, a patto però che gli si fornisca una squadra coerente con le ambizioni dichiarate.
Per arrivarci, però, non basterà un ritocco. A gennaio servirà una rivoluzione vera, che parta dallo spogliatoio prima ancora che dal tabellino dei marcatori. Magnani non è stato sostituito con la stessa qualità, il centrocampo vive di contraddizioni: Segre resta generoso ma grezzo, Ranocchia – sorprendente all’inizio – è scivolato nel ruolo di giocatore lezioso, poco incisivo, più intento a giocare “bene” che a giocare utile. Palumbo e Blin, oggi, non stanno mantenendo neanche lontanamente le aspettative e Vasic non riesce a sbocciare.
Si salverebbe solo Gomes, ma dentro una cornice precisa: è un ottimo interdittore, uno che spezza il gioco avversario, non un regista in grado di dettare tempi e geometrie, né una mezzala capace di strappare. È un ruolo chiaro, che però necessita accanto di un cervello tecnico che oggi il Palermo non ha.
Davanti, il conto è ancora più severo. Brunori, per caratteristiche, non è un trequartista: viene incontro, lega il gioco a tratti, ma non ha né l’estro né la visione per fare da dieci puro. Il rischio è quello di bruciare lui e l’idea tattica. Pohjanpalo, dal canto suo, dalla partita contro il Venezia ha vissuto soprattutto di lampi isolati: appare appesantito, lento nei movimenti, lontano da quel centravanti che trascina e spaventa. A certi livelli, la maglia si conquista mettendo in campo sudore e sangue, non solo curriculum. Se questo non accade, la panchina non è una punizione, ma un atto dovuto. Le Douaron non riesce ad essere continuo e per Corona troppi pochi minuti per incidere.
Ecco allora che da Chiavari alla sfida alla sfida al Barbera contro il Padova la squadra sarà chiamata ad affrontare 6 finali, o si trova la chiave per un cambio di passo e di mentalità, o dovrà esserci una autentica rivoluzione durante il mercato di riparazione.



