Arriva la prima sconfitta di un Palermo che più brutto non si può

C’è un rumore sordo che accompagna la fine di ogni imbattibilità. È il tonfo improvviso di chi, abituato a volare alto, sbatte contro il terreno. Il Palermo questo rumore lo ha sentito, forte e chiaro, sul prato del “Ceravolo”. La prima sconfitta stagionale arriva nel modo più amaro: non per mano di una corazzata, ma contro il Catanzaro, una squadra che finora aveva conosciuto solo la sofferenza e che attendeva da settimane il sapore della prima vittoria.
Un 1-0 che pesa come un macigno. Non tanto per la classifica, che resta corta, quanto per ciò che rivela. È stata la sconfitta della presunzione contro la fame, dell’estetica incompiuta contro la grinta disperata.
La cronaca della partita è, in fondo, la storia di un blackout. Per quaranta minuti, il Palermo ha gestito, ha palleggiato, forse specchiandosi troppo nella propria qualità tecnica, senza però mai affondare il colpo. Poi, sul finire del primo tempo, la luce si è spenta. La squadra di Inzaghi si è liquefatta. Prima un contropiede calabrese ha fatto tremare Joronen, poi la difesa, finora granitica, si è letteralmente sbriciolata. Ha lasciato Iemmello colpire di testa da solo e, infine, si è fatta trovare impreparata sulla mischia confusa che ha permesso a Cissé di scaraventare in rete il pallone della vittoria. Un gol “sporco”, nato dalla determinazione, proprio ciò che è mancato ai rosanero.
Quello che preoccupa, però, è il dopo. Il secondo tempo è stato un lungo, sterile assedio. Il Palermo ha avuto la palla, ma non ha saputo cosa farsene. La manovra è apparsa per quello che è, ancora oggi: un copione prevedibile, lento, affidato più alla forza dei singoli che a un’idea collettiva. I cross si sono moltiplicati, ma sono diventati preghiere nel mucchio. Pohjanpalo, gigante nordico, ha sprecato malamente da due passi, ma la verità è che lui e Brunori, subentrato nel finale, restano isolati in un deserto privo di idee e non fanno niente più del compitino.
Questa sconfitta scoperchia il vaso di Pandora dei dubbi tattici. Il centrocampo, che dovrebbe essere il motore, gira a vuoto. Ranocchia resta un magnifico ibrido in cerca di una collocazione definita; Palumbo accende la luce a intermittenza; e la fisicità di Diakité, forse, servirebbe di più a blindare la difesa che a costruire in mediana. Senza un cambio di ritmo, senza la capacità di verticalizzare, il potenziale offensivo del Palermo rimane una promessa non mantenuta.
Filippo Inzaghi, nel post-partita, non ha cercato alibi. Il suo “sono molto arrabbiato” è la sintesi perfetta della serata. Ha puntato il dito dritto al cuore del problema: l’approccio. “Colpa mia”, ha ammesso da leader, ma la frustata era diretta allo spogliatoio. Ha parlato di mancanza di cattiveria, di un gol subito da rimessa laterale inammissibile per una squadra con quei centimetri.
Forse, come sussurra qualcuno, questa sconfitta è “benvenuta”. Serve a resettare le ambizioni, a ricordare che il talento da solo non basta, se non è supportato dalla stessa fame di chi lotta per la salvezza.
Martedì arriva il Monza al Barbera. Non ci sarà tempo per leccarsi le ferite. Il pubblico palermitano, esigente e passionale, si aspetta una reazione. Non solo di nervi, ma di gioco, di idee. La caduta è stata rumorosa; ora il Palermo deve dimostrare di sapersi rialzare in fretta, prima che i fantasmi visti a Catanzaro diventino compagni di viaggio abituali.



