Arbitro scandaloso a Modena. Con le forti non si vince mai e il sogno scivola

La misura è colma e la pazienza di una piazza intera sembra essersi definitivamente esaurita al “Braglia” di Modena, dove è andata in scena l’ennesima rappresentazione di un teatro dell’assurdo che vede il Palermo costantemente nel ruolo della vittima sacrificale. Quello che è accaduto con l’annullamento del gol di Palumbo, il classico gol dell’ex che avrebbe potuto cambiare le sorti della stagione, non è catalogabile alla voce “errore tecnico”, ma assume i contorni grotteschi di una persecuzione scientifica. La dinamica è solare, evidente a chiunque mastichi di calcio: il portiere perde il possesso della sfera prima dell’intervento di Gyasi, la palla è libera, giocabile, e il tocco per Palumbo è la logica conseguenza di un’azione di gioco. Eppure, la sala VAR e l’arbitro in campo hanno deciso di riscrivere la fisica e il regolamento, annullando una rete regolarissima che grida vendetta.
Non è un episodio isolato, ma l’apice di una condotta arbitrale che per tutto il campionato ha riservato ai rosanero un trattamento fatto di micro-chirurgia punitiva: falli invertiti, cartellini a senso unico e decisioni dubbie sempre risolte a sfavore. La classe arbitrale odierna, ormai trasformata in un cast di showman dotati di microfoni e bodycam, sembra aver perso il contatto con la realtà del campo, diventando la macchietta tecnologica di se stessa. Mentre si gioca con i monitor, si ignorano i milioni di euro di investimenti e la passione di una tifoseria che merita rispetto, non protagonisti in giacchetta colorata e sponsorizzata che decidono le sorti di un campionato falsandone gli esiti.
Ma se l’arbitraggio è scandaloso, il silenzio della società è assordante, quasi complice. Di fronte a simili soprusi, in altre piazze e con altre dirigenze si sarebbero levati gli scudi, si sarebbe fatta sentire la voce grossa nelle sedi opportune. Invece, dal quartier generale rosanero trapela solo un’ignavia istituzionale che alimenta i peggiori sospetti sull’autorevolezza dei dirigenti rosanero. Il Palermo è forse considerato una pratica da sbrigare senza troppi scossoni? La mancanza di una presa di posizione forte a tutela dei propri interessi lascia il tifoso con la sgradevole sensazione di essere solo un ingranaggio in un meccanismo più grande e distante.
Questa “politica del silenzio” si specchia drammaticamente anche nella gestione tecnica e sportiva. Il pareggio di oggi fa scivolare la squadra a meno sei dalla promozione diretta, un divario che sa di sentenza definitiva per le ambizioni di gloria immediata. A soli nove giorni dalla chiusura del mercato, la voragine lasciata dall’addio di Brunori non è stata colmata, e la squadra continua a mostrare limiti strutturali imbarazzanti, specialmente quando si tratta di attingere dalla panchina per cambiare l’inerzia delle partite. Senza un bomber di categoria e senza alternative valide, l’obiettivo della Serie A diretta sfuma tra le nebbie della pianura padana, condannando i rosanero alla lotteria dei playoff, dove la incapacità cronica di vincere gli scontri diretti contro squadre di livello non lascia presagire nulla di buono.
Il rischio, ormai tangibile, è che il sogno targato City Group si stia trasformando in un incubo da “satellite” perenne, una dimensione di mediocrità dorata che Palermo non può e non vuole accettare.



