Ferdico, beni restituiti: per i giudici fu vittima di Magia e non colluso

Palermo – La revoca della confisca da circa 100 milioni di euro a Giuseppe Ferdico nasce da un punto dirimente: l’assoluzione in sede penale ha fatto venir meno l’ipotesi di contiguità mafiosa e di pericolosità sociale. Due giudizi – quello penale e quello patrimoniale di prevenzione – erano rimasti in frizione; il processo di revisione davanti ai giudici di Caltanissetta ha sciolto il nodo, restituendo i beni all’imprenditore.
Per anni l’accusa ha sostenuto che la crescita del “re dei detersivi” fosse il frutto di un patto con i clan Galatolo e Fontana dell’Arenella e dell’Acquasanta, poi – secondo altri collaboratori – con il mandamento di Tommaso Natale–San Lorenzo e Carini ai tempi di Salvatore Lo Piccolo e Vincenzo Pipitone. Il quadro dei racconti dei pentiti (tra gli altri Angelo e Vito Galatolo, Francesco Onorato, Maurizio Spataro, Francesco Giuseppe Briguglio, Gaspare Pulizzi, Manuel Pasta, Marcello Trapani) aveva convinto in passato il tribunale delle misure di prevenzione: “comportamento funzionale” agli interessi mafiosi e “sinallagma” con Cosa nostra.
In dibattimento, però, quella ricostruzione non ha retto. Ferdico è stato assolto dall’accusa di concorso esterno “perché il fatto non sussiste”. I giudici penali hanno ritenuto “verosimile” che fosse un imprenditore vittima di estorsione: indizi “plurimi e certi” di “messa a posto”, a fronte di elementi “vaghi, generici e ambigui” su eventuali vantaggi ricevuti dall’imprenditore in cambio. La difesa (avvocati Roberto Tricoli e Luigi Miceli) ha chiesto che quell’accertamento valesse anche sul piano patrimoniale.
Il collegio di Caltanissetta, chiamato a rivedere la confisca definitiva, è ripartito dall’affidabilità delle fonti. Il racconto di Angelo Fontana – un presunto investimento di denaro illecito nelle attività di Ferdico – è stato giudicato privo di riscontri e afflitto da contraddizioni (perfino sul numero degli incontri); il suo profilo era già appesantito dall’autoaccusa poi smentita sul fallito attentato dell’Addaura. Anche l’asserito apporto finanziario riferito da Vito Galatolo, alla luce degli alti interessi pagati, si presta a una spiegazione alternativa: l’usura, non il riciclaggio. E ancora: la storia del “finto furto” da 70 mila euro evocata da Spataro (fonti: Di Maio o Bonanno) non ha trovato causali né riscontri investigativi.
Nemmeno i “pizzini” di Lo Piccolo in cui compare il nome dell’imprenditore sono bastati. Per i giudici nisseni si tratta di “dati non univocamente indicativi di una disponibilità” verso vertici mafiosi: resta il dubbio che talune richieste (perfino assunzioni) potessero essere accolte “per timore di subire un danno” e non per trarne vantaggi o ricambiare favori.
Conclusione: caduta la premessa della collusione, viene meno il presupposto della misura patrimoniale. Da qui la revoca della confisca e la restituzione di un patrimonio stimato in 100 milioni di euro.
Il caso riapre il dibattito su come debbano dialogare – senza contraddirsi – giurisdizione penale e prevenzione: quando il giudicato assolutorio esclude il “sinallagma” con Cosa nostra, la lettura patrimoniale che presuppone quella relazione non può resistere. Nel mezzo, la condizione – tutt’altro che infrequente nel tessuto economico siciliano tra anni ’80 e 2000 – di imprenditori “vittime” che pagano per lavorare: un confine sottile che, per i giudici, fa la differenza tra collusione e costrizione.



