Carini bloccata: una strada per tutti, ma buona per nessuno

Ci sono luoghi in Sicilia dove il concetto di viabilità assume tratti grotteschi, quasi teatrali, ma senza alcuna ironia. Uno di questi è Carini, e in particolare quel tratto della statale 113 compreso tra il bivio La Foresta e contrada Ciachea, diventato da mesi l’incubo quotidiano di migliaia di automobilisti.
I lavori, iniziati nei mesi invernali, sembravano poca cosa. Interventi minimi, dieci metri di carreggiata da sistemare. E invece, l’interminabile cantiere si è trasformato in una ferita aperta sulla mobilità di un’intera fascia costiera.
Ogni giorno, pendolari, camionisti, residenti, villeggianti e acquirenti si ritrovano imbottigliati in code infernali, senza vie di fuga. Un’automobilista esasperata, ferma da 45 minuti per percorrere pochi metri, parla chiaro: “È una tortura a cielo aperto, altro che manutenzione stradale.”
E come darle torto?
Carini non è più — da anni — solo una zona dormitorio per chi lavora a Palermo. È un ibrido urbano che non ha ancora un nome, dove si sovrappongono residenze stabili, insediamenti industriali, poli commerciali, lottizzazioni estive e aree in perenne riconversione.
In questo mosaico caotico, una sola strada fa da cordone ombelicale per tutto, caricandosi ogni giorno il peso di migliaia di veicoli che cercano di entrare e uscire dal ventre molle di questa periferia estesa e incompresa.
L’errore — evidente e reiterato — è quello di trattare una statale come se fosse una strada secondaria, dove si può scavare, chiudere, restringere senza valutare l’impatto reale. Ma non è così. Quella via è la spina dorsale di un’intera microregione. E la sua paralisi si traduce in isolamento, perdite economiche, stress urbano, pericolo per i soccorsi, degrado.
La domanda è semplice e urgente:
perché proseguire questi lavori nei mesi estivi, quando il flusso veicolare raddoppia per via dei villeggianti che raggiungono le seconde case, e delle famiglie che si spostano per la spesa, il mare, le attività quotidiane?
Sospendere i lavori fino a settembre, come avviene in molte altre regioni italiane, sarebbe un atto di buon senso. Non si tratta di abbandonare i cantieri, ma di armonizzarli con le esigenze reali del territorio.
Perché il punto non è solo tecnico. È politico ed è già successo sull’autostrada Catania Palermo, lavori che solo grazie alle pressioni dirette del Presidente della Regione Siciliana si sono conclusi nell’arco di una settimana.
Anche se la questione di fondo è strutturale. Per quanto tempo ancora si può pensare che tir e pendolari debbano condividere le stesse strade, gli stessi orari, le stesse rotatorie? Serve una pianificazione radicale. Serve un progetto di separazione intelligente dei flussi, che consenta a chi lavora di non perdere ogni giorno due ore nel traffico, a chi investe in commercio di non vedersi morire i clienti in coda, e a chi vive lì di non sentirsi prigioniero di una rete stradale inadeguata e mal gestita.
Carini non può continuare a essere una terra di mezzo tra sviluppo e improvvisazione.
Non può pagare sempre il prezzo della sua trasformazione urbanistica non governata.
E allora, se non si può (o non si vuole) ancora cambiare la struttura della zona, almeno si abbia il pudore di evitare il disastro nella stagione peggiore per subirlo.
Perché oggi quella strada è di tutti, ma non serve più a nessuno. E la pazienza dei cittadini, quella sì, è ormai finita da un pezzo.



