Altavilla Milicia. Sfruttati in macelleria, scatta il sequestro

Una paga da fame, ben al di sotto della metà di quanto previsto dai contratti nazionali, turni senza riposo e l’umiliazione di dover fare la spesa per il titolare e sua moglie. È il quadro di grave sfruttamento lavorativo scoperto dalla Guardia di Finanza all’interno di una macelleria di Altavilla Milicia, dove quattro dipendenti erano costretti a subire condizioni di lavoro inique, facendo leva sul loro stato di bisogno. L’operazione, coordinata dalla Procura di Termini Imerese, è culminata con il sequestro preventivo dell’attività commerciale e di 7.500 euro, considerati il profitto del reato di caporalato.
L’indagine, condotta dalla Compagnia di Bagheria, è partita da un controllo di routine che aveva fatto emergere la prima, fondamentale irregolarità: la presenza di quattro lavoratori completamente “in nero”. Da lì, gli approfondimenti investigativi hanno scoperchiato un sistema di sfruttamento sistematico e degradante. I finanzieri, anche attraverso le dichiarazioni raccolte da alcuni dei lavoratori, hanno ricostruito un ambiente di lavoro tossico, dominato da un atteggiamento padronale aggressivo e intimidatorio.
Le vittime erano costrette ad accettare stipendi irrisori, senza alcuna tutela contrattuale, senza il riconoscimento di straordinari o indennità per il lavoro notturno. Venivano inoltre impiegati in mansioni che non avevano nulla a che fare con l’attività della macelleria, come sbrigare commissioni personali per la famiglia del titolare. Il tutto senza poter contare sul diritto a un giorno di riposo settimanale.
Le indagini patrimoniali hanno confermato che i lavoratori si trovavano in una condizione di indiscutibile fragilità economica e sociale, con situazioni familiari difficili che li rendevano vulnerabili e li costringevano ad accettare qualsiasi condizione pur di avere un’entrata. Il provvedimento del GIP del Tribunale di Termini Imerese ha quindi disposto il sequestro della macelleria, luogo dove si consumava il presunto reato, e della somma di 7.500 euro, calcolata come profitto derivante dal mancato versamento di imposte, contributi e delle retribuzioni minime dovute. Un’operazione che, come sottolinea la Guardia di Finanza, non solo tutela la sana concorrenza di mercato ma difende soprattutto la dignità e i diritti fondamentali dei lavoratori.



