A29, la fatiscente autostrada che tiene in ostaggio Palermo

C’è un rito infernale che si consuma ogni estate, e che in serate come questa raggiunge il suo apice. È il rito di chi, per tornare a casa o per raggiungere l’aeroporto, si immette sull’autostrada A29 Palermo-Mazara del Vallo e consegna il proprio tempo e la propria sicurezza alla sorte. Quella che dovrebbe essere un’arteria vitale, l’unica via per il principale scalo aereo dell’isola, si trasforma in una trappola di asfalto rovente, una gimkana di pericoli dove una coda di cinque o sei chilometri, come quella di stasera, non è più un’eccezione, ma una drammatica e insopportabile normalità.
Percorrere quei 20 o 30 chilometri che separano la città dalla sua espansione occidentale è diventato un terno al lotto. Il tempo di percorrenza è un’ipotesi che varia dai 40 minuti all’ora e mezza, in un delirio di lamiere ferme sotto il sole. Le cause di questo collasso quotidiano sono un trittico mortale. C’è l’infrastruttura, prima di tutto: fatiscente, inadeguata, con svincoli concepiti decenni fa che oggi agiscono come imbuti, strangolando un flusso di veicoli ormai insostenibile. Ci sono le trappole naturali, come il sole accecante che all’uscita dalle gallerie trasforma per un istante ogni automobilista in un potenziale pericolo.
E poi, forse il fattore più grave, c’è l’insopportabile ineducazione stradale, un’anarchia aggressiva che sembra essere la regola non scritta. Distanze di sicurezza azzerate, sorpassi azzardati, frenate brusche: ogni metro percorso è una sfida alla fortuna, e i tamponamenti, piccoli o grandi che siano, non si contano più, diventando la causa principale di blocchi che paralizzano decine di migliaia di persone.
Ma la vera assurdità, ciò che rende questa situazione intollerabile, è il paradosso che essa rappresenta. Mentre l’hinterland occidentale di Palermo cresce anno dopo anno, con migliaia di persone che lasciano una città diventata invivibile per costi e qualità della vita, l’arteria più importante per questa nuova realtà demografica viene lasciata a marcire. È come se nessuno, ai piani alti della politica e dell’amministrazione, si ponesse il tema. Come se l’aumento esponenziale del traffico fosse un dettaglio trascurabile e non la prova provata della necessità di un ripensamento radicale.
Non si tratta più di rattoppare una buca o di rifare la segnaletica. Si tratta di prendere atto che questa non è più un’autostrada degna di questo nome. Servono svincoli larghi, fluidificati da rotatorie moderne che smistino il traffico senza creare colli di bottiglia. Serve una carreggiata adeguata a un volume di auto e mezzi pesanti che oggi la percorre sfidando quotidianamente la sorte.
Ogni coda, ogni incidente, ogni ora persa in questa trappola d’asfalto non è solo un disagio. È il sintomo di una classe dirigente incapace di guardare al futuro, di pianificare, di servire una comunità che si evolve. Ed è un insulto a tutti quei cittadini che, dopo una giornata di lavoro, chiedono solo una cosa: poter tornare a casa, sani e salvi, senza dover sperare nella fortuna.



