Dodici anni dopo quella notte di fine maggio a Calle Magdalena, il nome di Mario Biondo torna a campeggiare sulle pagine giudiziarie spagnole. La svolta, attesa da anni dai genitori Santina e Pippo, arriva dall’Audiencia Provincial de Madrid: in un’ordinanza che ripercorre atti, perizie e incongruenze, i giudici affermano che vi sono elementi per ritenere che la morte del cameraman palermitano “potesse non essere un suicidio”. È la prima volta che un organo giurisdizionale spagnolo recepisce in modo così netto il dubbio già cristallizzato nel 2022 dal Tribunale di Palermo, che definì “probabile” l’ipotesi dell’omicidio e la messinscena successiva. Ma allo stesso tempo l’Audiencia conferma l’invalicabile recinto della cosa giudicata e respinge l’appello della famiglia: la vicenda, per la giustizia spagnola, resta formalmente archiviata.
È una decisione doppia, che scava un varco nel racconto giudiziario senza spalancarlo del tutto. Nel dispositivo, i magistrati sottolineano che “per la prima volta” sono stati portati agli atti esposti contro soggetti determinati, accompagnati da un corposo pacchetto di prove tecniche e dalla copia della risoluzione palermitana. Un materiale che, scrive l’Audiencia, “lascia emergere indizi che la morte non sia stata suicida”. Ma la cornice processuale non consente riaperture: le indagini dell’epoca furono chiuse come suicidio e quel provvedimento è passato in giudicato; molte attività istruttorie che oggi appaiono indispensabili — intercettazioni, perquisizioni, sequestri tempestivi — non furono compiute allora e non possono essere recuperate dodici anni dopo.
Il paradosso è tutto qui: l’ordinanza riconosce la fragilità della tesi del suicidio, ma riafferma l’impossibilità giuridica di tornare indietro nel tempo. Una contraddizione solo apparente, per chi conosce la differenza tra verità processuale e verità storica. Anche perché molte delle incongruenze ricordate dalla famiglia — la scena del ritrovamento, alcune tracce sul collo incompatibili con un’impiccagione tipica, la gestione dei reperti elettronici — sono le stesse che alimentarono l’atto del gip di Palermo nell’agosto 2022.
Il passo successivo, annunciato dai legali di Vosseler Abogados, è già scritto: ricorso al Tribunal Constitucional per chiedere tutela dei diritti fondamentali e, in parallelo, una richiesta di responsabilità patrimoniale contro l’Amministrazione della giustizia spagnola per le “gravi carenze” delle indagini e dell’autopsia originaria. La strategia punta su un punto dirimente: se il procedimento non può riaprirsi per via ordinaria, la Consulta potrebbe comunque rilevare una violazione del diritto a un’indagine effettiva ed esigere rimedi. Una via stretta, ma non inedita nell’ordinamento iberico.
È utile ricordare come si è arrivati fin qui. Il 30 maggio 2013 Biondo viene trovato senza vita nell’appartamento condiviso con la moglie, la conduttrice Raquel Sánchez Silva. La polizia tratta da subito il caso come un suicidio e il giudice istruttore archivia. Negli anni, tra esposti e consulenze, la famiglia non si rassegna e ottiene in Italia un pronunciamento che incrina il quadro: “omicidio probabile” e ipotesi di messa in scena. L’ondata di attenzione mediatica — nel frattempo alimentata anche da una docuserie — trascina a Madrid una nuova denuncia nel 2023, corredata di perizie e confronti autoptici. È questa la base su cui l’Audiencia costruisce oggi il suo “riconoscimento” del dubbio.
Sul piano tecnico, il provvedimento di Madrid è interessante per due ragioni. La prima è la convergenza transfrontaliera: il collegio cita e fa proprie parti sostanziali della ricostruzione palermitana, chiudendo — almeno sotto il profilo logico, se non processuale — la forbice interpretativa tra i due ordinamenti. La seconda è l’ammissione esplicita di un deficit investigativo iniziale: quell’accertamento “non fatto” allora e impossibile oggi, che pesa come un macigno su qualsiasi tentativo di emendare la verità processuale. È un monito che travalica il singolo fascicolo e parla a tutte le inchieste di morte violenta: le prime 48 ore sono il processo.
C’è poi la dimensione umana, che si affaccia nelle parole della madre di Mario: “Andremo fino in fondo, anche in Europa se servirà”, ha detto ai microfoni dopo l’uscita dell’ordinanza. È la determinazione di chi chiede, prima ancora che una condanna, il riconoscimento pubblico che non tutto è stato fatto, e che quello che non fu fatto allora ha impedito la piena emersione dei fatti. Un diritto alla verità che, in Europa, la giurisprudenza ha talvolta ricondotto alla sfera dei diritti fondamentali, specie quando sono in gioco lacune investigative.
Quali scenari si aprono, dunque? Sul fronte penale, l’archiviazione spagnola resta in piedi; il ricorso alla Corte costituzionale potrebbe ottenere una pronuncia sui principi — l’effettività delle indagini, il perimetro della cosa giudicata in presenza di nuovi indizi — ma difficilmente si tradurrà di per sé in un processo. Più concreta è la partita della responsabilità patrimoniale, che però richiede un nesso causale tra omissioni e lesione di diritti, tema spinoso e tutt’altro che scontato. Intanto, l’effetto reale dell’ordinanza è culturale e civile: il sigillo istituzionale sul fatto che il suicidio non è più l’unica narrazione possibile.
C’è un ultimo tassello che vale la pena fissare: il linguaggio. Dopo anni di “suicidio” dato per presupposto, i giudici scelgono formule nuove: “indizi”, “poteva non essere”. Sembrano sfumature, ma nei processi le sfumature sono tutto. Sono ciò che consente, magari tra mesi, di depositare un’istanza a Strasburgo; o di sostenere una richiesta di accesso a atti finora negati; o di chiedere un riesame amministrativo delle condotte d’ufficio. È anche un messaggio ai professionisti dell’indagine: gli errori non si cancellano, ma si possono nominare.
Nel frattempo, la famiglia Biondo prepara la conferenza stampa annunciata per illustrare il ricorso e gli atti. Il caso, che molti consideravano appartenere al passato, torna a muoversi nel presente. Non con l’impeto di un’istruttoria nuova, ma con la forza di una frase messa nero su bianco in un’aula di giustizia: “vi sono indizi che non fu suicidio”. Per chi cerca da dodici anni di scalfire un verdetto sociale prima ancora che giuridico, è già un cambio d’epoca. E per chi fa informazione e giustizia, un promemoria sulla responsabilità del tempo: quello che si perde all’inizio non si recupera più, ma può — a volte — essere riconosciuto. Anche questo, in una democrazia, ha valore.



