Formazione Professionale. Con un blitz l’ars cancella il sistema Sicilia

Una frattura profonda, consumata in poche ore e destinata a lasciare segni duraturi nei rapporti istituzionali. È il giudizio, durissimo, delle associazioni datoriali della formazione professionale accreditata in Sicilia sul disegno di legge 1010, con cui il governo regionale chiede all’Ars di modificare la legge 23/2019 in nome dell’urgenza dettata dal Pnrr. «Quanto è accaduto ieri rappresenta un vero e proprio atto di pirateria politica», è l’accusa: «siamo stati trattati con una mancanza di rispetto istituzionale e politico che non potrà essere dimenticata».
Il casus belli è il “testo blindato” voluto dall’assessore Mimmo Turano, da votare senza emendamenti perché concordato con Bruxelles. Per gli enti, però, nel dispositivo si nasconde la trappola: l’apertura della gestione dei percorsi a soggetti “fuori” dal sistema tradizionale, con lo spostamento del baricentro «dal piano educativo a quello aziendale». Una ridefinizione che, secondo i firmatari, cancella con un colpo di penna l’architettura costruita in decenni da centinaia di organismi accreditati, responsabili formazione, qualificazione e inclusione nei territori.
La nota congiunta porta le firme di Anfop, Assofor O.D., Asef, Cenfop Sicilia, Forma Sicilia, Forma.Re, Iform, Federterziario e della sigla sindacale Ugl Scuola-Formazione. Il fronte rivendica lealtà e collaborazione mostrate negli anni verso Regione e sistema della formazione, ma denuncia un limite superato «nei metodi, nei modi e nella sostanza». La riforma, sostengono, affida alle imprese una funzione pubblica — la formazione — soggetta per sua natura a regole, standard e accreditamenti, senza definire adeguate garanzie di qualità, trasparenza e controllo.
Il nodo economico pesa: rallentare o riscrivere il testo potrebbe costare fino a 100 milioni di euro del Pnrr. Ma le associazioni ribattono che l’efficienza non può sostituire il merito delle scelte. Da qui l’appello finale al presidente Renato Schifani: fermare la corsa, riaprire il confronto e salvaguardare il perimetro pubblico della formazione professionale. «Non è uno sgarbo alle associazioni — sostengono — ma un affronto a un intero comparto e ai lavoratori che ne fanno parte». Tra urgenza e qualità della spesa, la partita ora si gioca su un equilibrio sottile: preservare le risorse senza rinunciare a regole chiare, ruoli definiti e responsabilità verificabili. Solo così, dicono gli enti, la riforma potrà davvero chiamarsi tale.
A supporto, basta ricordare un precedente: un anno fa l’Avviso 22 “formare per assumere” aveva già individuato nelle imprese le protagoniste dirette della formazione. L’esito è stato un flop: mai aperta la piattaforma.
Il motivo per cui questa legge rischia di fare collassare un sistema è strutturale: in una regione senza grandi industrie, pretendere che migliaia di micro e piccole aziende, che sono la realtà produttiva dell’isola, gestiscano in prima persona progettazione, erogazione e rendicontazione dei corsi significa sovraccaricarle di oneri amministrativi e pedagogici per i quali non sono attrezzate. Tanto più che le imprese dispongono già dei fondi interprofessionali — canale dedicato e collaudato — che, a differenza dei finanziamenti regionali, non impongono l’anticipazione delle spese e seguono procedure ad hoc.



